Se sei in centro non ti resta che andare al bar: a Palermo mancano i bagni pubblici
Presentata una proposta: individuare quattro immobili comunali, uno per ciascun mandamento del centro storico, da destinare a servizi igienici pubblici
Il vespasiano di via Bari (foto di Giulia Argiroffi)
È una mancanza quotidiana, diffusa, che attraversa il centro storico e le zone più frequentate. Turisti che chiedono indicazioni, residenti che conoscono già le poche alternative, famiglie con bambini che si organizzano come possono per un cambio pannolino. Una realtà che si scontra con l’idea di una città accogliente.
Il tema torna a galla in queste ore con una nuova polemica: quella sul vespasiano di via Bari. Una struttura pubblica, chiusa da anni, che invece di essere recuperata - come più volte proposto - potrebbe essere demolita. Costo previsto: circa 900 mila euro. Non per riaprirla ma, appunto, per eliminarla.
Una scelta che riaccende un problema mai davvero affrontato: l’assenza cronica di servizi igienici pubblici funzionanti. Un vuoto che pesa soprattutto nelle aree a maggiore affluenza, tra percorsi turistici e spazi pedonalizzati.
A rilanciare la questione è la consigliera comunale Giulia Argiroffi, che da tempo porta avanti il tema. «È civiltà - spiega Argiroffi - ci sembra troppo perché ci siamo abituati a pensarla così, ma in realtà è un servizio basilare», e invece oggi, nei fatti, la situazione è ben diversa: «Se sei in giro e ne hai bisogno? Ti arrangi. O paghi un bar». Un meccanismo che, sottolinea, «non ha senso perché è assurdo dover entrare in un bar e consumare qualcosa per poter usare un bagno».
Non è una questione emersa adesso. «È un tema che pongo da un paio di anni», racconta la consigliera, che aveva chiesto agli uffici un censimento dei vespasiani comunali in disuso per poterli inserire nel Piano triennale delle Opere pubbliche. Da quella ricognizione, però, era venuto fuori un quadro incompleto: solo tre strutture segnalate, mentre altre - come quella di via Bari - non risultavano. «Non lo sanno neanche gli uffici», dice, evidenziando un problema di comunicazione interna che rende ancora più difficile programmare interventi.
Nonostante la frammentarietà delle informazioni, però, il dato resta: bagni pubblici attivi non ce ne sono. Da qui la proposta che adesso prova a prendere forma: individuare almeno quattro immobili comunali, uno per ciascun mandamento del centro storico, da destinare a servizi igienici pubblici, affidandoli tramite bando a soggetti privati che si occupino sia della gestione che della ristrutturazione.
«L’idea - dice Argiroffi - è di creare spazi a pagamento, come avviene in tante altre città, a uno, un euro e cinquanta, integrando anche servizi come il deposito bagagli, sempre più richiesto dai turisti, soprattutto nelle aree dove si concentrano b&b e case vacanza». Un modello che permetterebbe di attivare il servizio senza costi diretti per l’amministrazione, lasciando ai gestori il tempo di rientrare dell’investimento.
Intanto, sul caso di via Bari, Argiroffi è netta: la direzione è quella del recupero, anche se resta da verificare il nodo dell’accessibilità, trattandosi di uno spazio in parte interrato. Il tema, però, sembra aver trovato una prima apertura anche sul piano politico, con verifiche già avviate e un percorso che potrebbe portare a soluzioni concrete.
Nel frattempo, resta una distanza evidente tra ciò che servirebbe e ciò che esiste davvero, una distanza che si misura nelle abitudini quotidiane che i cittadini sono costretti a costruirsi da soli. E allora il punto è quanto tempo ancora una città può considerare “straordinario” ciò che altrove è semplicemente normale.
Perché l’assenza di bagni pubblici non è un dettaglio né una questione marginale: è il segno di uno spazio urbano che funziona a metà, che si regge su soluzioni improvvisate e che delega ai privati ciò che dovrebbe garantire come servizio minimo.
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