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Sembra il nome di una ricetta sicula ma non è così: cosa sono gli "Scacciuna dâ Maschira"

Un autentico gioiello delle usanze plurimillenarie della Sicilia, rimandano a quello ch’è il vero significato della festa che ricorre in questo periodo dell'anno

Daniele Ferrara
Esperto di storia antica
  • 11 febbraio 2024

Una maschera del Carnevale di Cattafi

Chi ha sentito parlare degli "Scaccioni dâ Maschira" di Cattafi (Comune di San Filippo del Mela)? È una delle più famose scene del Carnevale peloritano, famosa in tutta la Sicilia e oltre. I suoi colori, i suoi gesti, i suoi echi parlano all’anima e le fanno ricordare cose che si credevano dimenticate.

Qui, rispetto al solito, ne parlerò proprio indagando i simboli che si vedono in questa celebrazione fiabesca e meravigliosa. I protagonisti assoluti di questo rituale carnevalesco sono gli Scaccioni, uomini che indossano un particolarissimo costume ove prevale il bianco ma ornato di moltissimi altri colori: indossano un altissimo copricapo conico con lunghissimi nastri, sfoggiano un gonnello di tanti nastri variopinti, brandiscono uno scudiscio e danzano instancabilmente una tarantella per tutta la processione, con una maestria che sembra appresa da un’ispirazione superiore.

In origine gli Scaccioni erano i capipopolo, e a Cattafi si dà un’origine storica ai loro indumenti cerimoniali che in nulla assomigliano ai normali costumi siciliani d’epoca.
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Ecco vi racconto quella leggenda, così per com’è, ambientata nel 1544, quando Ariadeno (Khayr al-Dīn) Barbarossa, Ammiraglio dell’imperatore Solimano I Ottomano, partito da Tolone con la sua flotta, aggredì selvaggiamente le coste del Tirreno meridionale saccheggiando la Sicilia, una campagna accertata dalle fonti, anche se a Cattafi il nome del condottiero viene reso “Hjerddis/Hjerdiss” Barbarossa.

Un equipaggio dell’Ammiraglio sbarca in quella zona chiamata Saja, con l’intento di saccheggiare Cattafi. I Cattafesi però non si fanno trovare impreparati: imbracciando le zappe e i picconi, gli abitanti difendono il borgo senza cedimento alcuno dall’offensiva degli ottomani. L’arrivo provvidenziale della cavalleria del barone Balsamo permette loro di contrattaccare e respingere i nemici sino al mare, dove rapidamente fecero vela, lasciando sul campo molti morti.

Si racconta ancóra, che i capi benestanti della popolazione cattafese, detti come in altri luoghi i Caporioni o Capibastoni, avendo trafugate le divise dei nemici morti, avrebbero iniziato a indossarle nei giorni di festa, prendendo il nome di “Scacciuni”.

Questi capi del popolo, erano garanti della sicurezza e della giustizia, per cui infliggevano anche le pene corporali con nerbi (che altro non sono che i peni dei buoi), inoltre presiedevano ai matrimonî, garantendo la serietà degli sposi e la purezza delle spose. Scomparsa la funzione antica degli Scaccioni, il loro ricordo è rimasto nella forma di figure rituali che si manifestano ogni anno a Carnevale.

A una prima vista o a distanza, gli abiti degli Scaccioni possono effettivamente assomigliare a divise ottomane, come quelle dei giannizzeri, ma se ci si avvicina e si osserva al dettaglia, le similitudini svaniscono: qualcosa di completamente diverso. E c’è molto di più. Che cosa c’è davvero ntâ Maschira? Qual è il suo significato? Qui finisce il discorso storico e si passa a quello metafisico.

Mi ha sempre stupito non trovare facilmente descrizioni o dissertazioni che indagassero a fondo la costumanza cattafese, dunque ho pensato di dare un assaggio con alcune possibili interpretazioni di questo rituale bellissimo e antico (io direi molto).

La canzone “Scacciuni” dei Malanova (album “Santulibbiranti”) – celebrante ‘a Maschira raccontandone l’origine storicizzata – inizia con questi versi: “Cu passa di Cattafi è tradiziuni cuntari ‘a storia dû Scacciuni, ‘na storia vecchia tantu pi quantu è vecchiu ‘u mundu, chi terra e mari la mucciaru ô fundu”.

Dunque, una storia vecchia tanto quanto il mondo non è di certo nel 1544 (non ancor 500 anni fa): con versi sì belli ed evocativi i Malanova dànno l’indizio su quale sia la vera età del Carnevale di Cattafi, e dunque il suo significato recondito. Nei giorni della festa, il passaggio della Maschira viene preceduto da “Spazzini”, che puliscono tutto il percorso e spesso dànno luogo a siparietti comici assieme ai “Buffoni” che provvedono a fare scherzi a chi càpita a tiro. In apertura della processione si vede incedere in abiti rinascimentali sontuosi la corte del Barone di Cattafi.

Il grosso della processione è costituito da “Dame” e “Cavalieri”, che formano coppie sotto la supervisione degli Scaccioni. Il Capumaschira non è soltanto capo degli Scaccioni ma comanda l’intera danza, ed è il diretto protettore della "Fioraia".

La Fioraia è una figura unica all’interno della Maschira e n’è il nucleo, indossa un bellissimo abito e porta con sé mazzi di viole, la sua guardia del corpo è costituita dagli Scaccioni che impediscono a chiunque di avvicinarsi, suo còmpito è quello di donare i fiori ad alcune fanciulle scelte nel pubblico con auguri d’amore.

Tutte le figure femminili, eccettuate le leggiadre “Fimmine” di recentissima istituzione, sono interpretate da uomini, secondo l’usanza dell’antica esclusiva maschile sulla recitazione. Non è difficile intravedere nella Maschira una grande festa di propiziazione.

Il Carnevale, collocato in febbraio, che anticamente era l’ultimo mese dell’anno, ha il senso d’una festa di Capodanno, il suo scopo è chiudere l’anno vecchio e inaugurare quello nuovo.

In particolare, come in moltissime pantomime altre, il tema è la fertilità. Gli Spazzini puliscono le strade dove deve passare la Maschera (così come fanno le Pacchiane nel Carnevale dell’Orso di Saponara), un percorso che assume tutte le connotazioni d’uno spazio sacro ove si tiene un rituale.

La Fioraia sembra una sacerdotessa, o una personificazione stessa d’una dea della terra, che donando alla giovani donne i suoi fiori, simbolo di vita, augura loro prosperità e un matrimonio con un uomo degno di loro.

Gli Scaccioni proteggono la Fioraia, come se fossero essi stessi sacerdoti o guardiani della sacerdotessa, il loro copricapo a punta (come i cappucci dei membri delle confraternite in Settimana Santa) così alti si richiamano all’intento d’incanalare le forze celesti e divine, e, brandendo (simbolicamente per colpire) quelli che storicamente rappresentano (ma non sono più) peni bovini, compiono un gesto che serve a spargere fertilità attorno a loro ed è affine ad alcuni usi arcaici (si vedano le Lupercalia romane).

Non posso ovviamente suggerire con precisione quale potesse essere un ipotetico rito pre-cristiano alla radice dâ Maschira, ma tutti questi elementi di densissimo significato mi fanno pensare a qualcosa di molto antico, che necessita d’ulteriori approfondimenti e ricerche.

La cosa più importante è che gli Scaccioni e tutta la Maschira di Cattafi, un autentico gioiello delle usanze plurimillenarie della Sicilia, rimandano a quello ch’è il vero significato del Carnevale!

Non semplice festa di travestimento, come oggi abbiamo l’abitudine di credere, bensì esplosione di vita a conclusione dell’inverno, festa propiziatoria alla fine dell’anno vecchio, dov’è necessario presentarsi all’anno nuovo con incrollabile positività e decisissimo coraggio: la vita è una battaglia e bisogna vincerla, ed è una danza e bisogna danzarla.
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