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Si chiamava sale arabo ma era (falso) miele: quando Bagheria e la Sicilia erano "ruci ruci"

Un bene di lusso che dà il nome anche a un quartiere di Palermo. All'epoca i "trappeti" servivano a spremere la canna da zucchero, che oggi nell'Isola si torna a produrre

Sara Abello
Giornalista
  • 21 giugno 2022

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Lo tavola dello "Stupor Mundi" (foto dal sito Mondo Mangiare)

A scuola, la solita suonata delle lezioni di geografia era quella sulla densità di popolazione e sulla coltivazione della canna da zucchero, almeno per me... ma in pochi sanno che coltivare la canna da zucchero per il cosiddetto oro bianco non è cosa così semplice, e soprattutto che la Sicilia fino al XVII secolo è stata una delle maggiori produttrici di zucchero d’Europa.

Ora ditemi, secondo voi, quella “prezzemolina” di Bagheria poteva restare fuori da un fenomeno così intenso ed importante? Sapete già la risposta.

Tutto iniziò con gli arabi che, dopo la conquista di Palermo nell’831, introdussero la cosiddetta cannamela in Sicilia, e insieme a questa anche gli agrumi, alberi da frutto, cotone e tutta una serie di piante che utilizzavano quotidianamente e portavano nelle nuove colonie. Ovviamente da questi “piccoli esperimenti” si dava avvio a coltivazioni importati per l’alimentazione, ma anche per le attività economiche.



Siccome le cose belle finiscono sempre, dopo la dominazione araba la produzione di zucchero in Sicilia continuò, ma ben diversa rispetto agli antichi splendori, solo piccole quantità sufficienti al fabbisogno della corte dei re Normanni che, tra Palermo e Monreale, ordinarono comunque la costruzione di nuovi “trappeti”, che erano proprio gli impianti dove la canna da zucchero veniva lavorata, gli equivalenti degli attuali frantoi per le olive.

Così durante le crociate, ciò che veniva chiamato sale arabo, tornò ad esser sempre più richiesto, divenendo un bene di lusso. Pian piano i nobili europei iniziarono ad acquistare lo zucchero da esporre sulle loro tavole come simbolo di sfarzo. Più zucchero veniva richiesto sulle ricche tavole dei nobili e più se ne doveva produrre, così quel furbacchione di Federico II, del resto chiamavano lui “stupor mundi” e non me, fiutando l’affare volle nuove coltivazioni ed impianti di produzione sparsi per tutta la Sicilia.

Chiaramente la canna da zucchero non può crescere ovunque e se qualcosa di buono qui abbiamo è certamente il clima che, pur non essendo tropicale, grazie ad inverni non particolarmente rigidi e a contadini che sapevano il fatto loro, permetteva di produrre canne di circa 1 metro e mezzo, non proprio caraibiche, ma di sicuro non da buttare via.

Così piano piano iniziarono a fiorire impianti di lavorazione su tutta la costa nord della Sicilia, e questa diffusione inevitabilmente influenzò anche la nomenclatura di alcuni comuni della zona o di quartieri. Pensate a Trappeto, oppure a Falsomiele a Palermo.

Cos’è del resto lo zucchero se non un finto miele? Dolcifica tanto quanto ma non è prodotto dalle api. Pian piano ad essere interessata dal fenomeno zuccherino fu anche tutta l’area palermitana con Villabate, Bagheria e Altavilla Milicia, ogni pezzettino di terra intorno a Palermo e poi ben più avanti fino al messinese. In circa 200 anni erano sorte oltre una trentina di piantagioni nella sola provincia palermitana. Ovviamente il fenomeno cresceva parallelo alla presenza di fiumi e corsi d’acqua, perché se una cosa serve alla canna da zucchero è proprio un’enorme quantità d’acqua per crescere. Tutto ciò diede avvio anche a costruzioni legate proprio a questa attività, quindi masserie per ospitare i contadini oltre che i macchinari per la lavorazione vera e propria delle canne.

Insomma, nonostante le complicazioni e tutti i soldi necessari alla produzione, furono proprio tanti i nobili siciliani che si dedicarono all’oro bianco che, di sicuro, di oro giallo gliene ha fatto produrre assai.

Oro sudato, per carità, non direttamente da loro, ma bisogna dire che dovevano passare almeno 3 o 4 anni prima che le canne potessero raggiungere il livello di maturazione necessario alla raccolta per la lavorazione, e nel frattempo le piante andavano irrigate più volte a settimana.

Una volta raccolte, le canne venivano trasportate agli impianti di produzione, qui venivano prima macinate e poi lasciate a decantare prima di essere spremute. E non è finita qui. Subito dopo, quella specie di succo ottenuto, andava cotto e poi filtrato in contenitori di terracotta chiamati “cantarelli”. Non vedevo l’ora di arrivare a questo punto del mio racconto, lo ammetto! Chissà cosa c’entra l’attuale accezione acquisita dal termine in Sicilia rispetto ai vasetti di creta... mi riprometto di scoprirlo e cuntarvelo.

Ma torniamo a noi perchè non è finita qua. La fase del filtraggio veniva ripetuta infatti per ben tre volte, eh che cantarelli. Solo così si assicurava, alla fine di tutto il processo, un prodotto più che puro e adatto ai più nobili palati di tutta Europa. Cosa dicevamo prima? Ah certo, che le cose belle non durano mai in eterno e allora, a partire dal 1600 circa, iniziò la concorrenza sleale di inglesi e portoghesi che producevano canne da zucchero in Sud America e ai Caraibi.

In queste nuove aree il clima era più favorevole, le canne da zucchero arrivavano ad oltre 3 metri d’altezza alla facciazza del metro e mezzo che faceva vantare i siciliani. Poi, e sta qui la slealtà oltre che la miseria dei tempi, a lavorare i campi erano gli schiavi africani, per questa ragione i costi di produzione erano bassissimi e il prezzo finale era di molto inferiore a quello europeo.

Questo, unito all’introduzione della barbabietola da zucchero nell’est e nord Europa, fece sì che lo zucchero non fosse più quel bene prezioso e destinato a pochi, la sua larga diffusione non fece altro che affossare l’industria siciliana. Il racconto della Bagheria ruci ruci e della Sicilia tutta volgerebbe al termine un po’ mestamente ma, c’è un ma.

Sembrerebbe infatti che ci possa essere un ritorno alla produzione di canna da zucchero in quelle stesse terre dove per lungo tempo ha rappresentato una risorsa preziosa non solo dal punto di vista economico, lasciando tracce che affondano le loro radici nella tradizione pasticcera tanto quanto nel lessico e nei luoghi. Speriamo bene allora, perché l’ultimo inverno di caraibico aveva poco, e se vogliamo tornare ai bei vecchi tempi il clima dovrà assisterci per forza.
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