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Si guarda ma non si tocca: le strette di mano e le altre cose che mancano a noi siciliani

È talmente tanto scontata la possibilità di toccare e farsi toccare che solo un virus così invadente e deleterio può farci apprezzare il suo valore: ma torneremo a toccare il cielo

  • 9 aprile 2020

foto Pixbay

È passato un mese da quando questo maledettissimo corona virus ci ha imposto, doverosamente, di rimanere a casa.
In questo tragico momento che vede coinvolta non solo la nostra bella isola, ma lo stivale tutto e l’intero pianeta, sento mancare l’utilizzo di uno dei sensi più importanti che abbiamo e forse spesso sottovalutato: il tatto.

È talmente tanto scontata la possibilità di toccare e farsi toccare che solo un virus così invadente e deleterio può farci apprezzare il suo valore.

Togliere il tatto ad un italiano, specialmente se siciliano, è davvero un enorme castigo, sia pur necessario e doveroso.
Noi siamo abituati a gesticolare e toccarci continuamente, è una delle cose che ci ha sempre caratterizzato nel mondo intero.
Tocchiamo continuamente il nostro interlocutore per attirare la sua attenzione e ci salutiamo sempre con un bacio sulla guancia: due tra uomini, uno se si saluta una donna. A Palermo, non so perché ma funziona così.



In Sicilia, non parliamo mai ad una certa distanza e ci piace stare vicini vicini. La folla ci piace, abbiamo sempre voluto “il bordello” ed affollare le piazze.

Inizia a mancarmi sempre di più, la quotidianità dei piccoli gesti che implicano l’utilizzo delle mani. Non possiamo abbracciare i nostri cari e dare un bacio ai nostri nipoti. Stringere la mano ai nostri nonni. Non possiamo passeggiare al mercato del Capo e toccare tutta quella frutta e verdura per vedere se è matura. portarla al naso per sentirne il profumo.

Non possiamo stringere la mano ad una persona appena conosciuta né dare una pacca sulla spalla ai nostri amici dicendo “andrà tutto bene”. Non possiamo afferrare il nostro calice di vino della nostra enoteca preferita né assaggiare la cantina scelta dall’amico, diversa dalla tua.

Non possiamo spalleggiarci l’un l’altro per entrare in Taverna Azzurra né andare al cinema sgranocchiando popcorn, dallo stesso contenitore. Non possiamo andare al bar ed afferrare con non curanza quella tazzina sempre bollente. Perché noi il caffè lo beviamo in tazzine talmente tanto calde che ormai abbiamo i polpastrelli di amianto. Mi manca anche ordinare quel cornetto alla marmellata che gentilmente mi viene passato dal barista, “al di là del bancone”, come a voler rimuovere le barriere.

Mi manca una cena in pizzeria in cui ognuno dei commensali taglia un triangolino e te lo offre dicendoti “scambiamocelo” come se fosse un segno di pace. Anche quello è stato tolto ai più credenti.

Non possiamo più tendere la mano all’amico che è caduto a calcetto per farlo rialzare o dare il batticinque per il goal fatto.
Mi manca la domenica in famiglia, in cui ognuno porta una cosa e ci si azzuffa per prendere il dolcino più buono a fine pasto. Non possiamo più dire: “vabè dai, un morso l’uno”.

Mi manca un concerto in cui ci si stringe forte mentre si canta a squarciagola e distendermi nella nostra splendida spiaggia di Mondello per toccare la sabbia, specialmente adesso che la primavera sta sbocciando. Non posso spegnere le candeline il giorno del mio compleanno o soffiare sulla pasta calda uscita dalla pentola, senza paura di contagiare qualcuno.

C’è però qualcosa che possiamo toccare con mano, sia pur nella sua impalpabilità. L’impegno dei medici e degli infermieri che con tutte le loro forze combattono per risolvere il problema. La buona volontà di giovani che si mettono a disposizione per andare a fare la spesa per conto degli anziani. La solidarietà delle donazioni in favore degli ospedali, per dare anche noi il nostro contributo.

Cantiamo dai balconi per sentirci più vicini e balliamo tutti insieme in casa per sentirci ancora vivi. I siciliani, per la prima volta nella storia, sono stati capaci non solo di stare in fila, ma anche di mantenere la distanza di un metro l’uno dall’altro per fare la spesa. Dico, non so se mi spiego.

Tocco quel senso di appartenenza alla nazione che forse bisognava riacquistare e quella fiducia nelle istituzioni che di certo non fa mai male. Torneremo a toccarci, ad abbracciarci e baciarci in ogni vicolo della nostra Isola. Andremo al mare e ci distenderemo tutti insieme sulla spiaggia, ballando al tramonto.

Toccheremo il nostro cielo azzurro con un dito. Fino ad allora, ad ognuno toccherà fare la propria parte e ci stiamo riuscendo.

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