Sostegno a rischio nelle scuole di Palermo: "L’inclusione come un costo da tagliare"
Il sostegno non è una voce burocratica o un numero di ore scritto su un foglio: è presenza quotidiana, è qualcuno che rende possibile quello che resterebbe escluso
Alunni con disabilità
«A Palermo l’inclusione è diventata un costo da tagliare». A dirlo è la madre di un bambino di sei anni nello spettro autistico, riferendosi a quello che sta succedendo nelle scuole, fra ore di sostegno che rischiano di ridursi, famiglie chiamate a rincorrere certificazioni e uffici che si rimpallano le competenze. «La realtà è un telefono sbattuto in faccia. A gennaio chiedo un appuntamento urgente e mi rispondono: o giugno o niente».
Il problema è la riforma introdotta dal decreto legislativo 62 del 2024. Nelle intenzioni dovrebbe semplificare tutto: un unico accertamento, affidato all’Inps, al posto dei diversi passaggi tra Asp e commissioni mediche. Ma a Palermo, nella fase di passaggio tra vecchio e nuovo sistema, si è creato un cortocircuito.
«Siamo nel caos più totale», spiega l’avvocato Walter Miceli dell’associazione professionale e sindacale Anief, che qualche giorno fa ha riunito quasi 300 insegnanti in un convegno in città. «La questione - racconta - non riguarda solo la norma, ma il modo in cui è stata introdotta».
A quanto pare, nelle ultime settimane l’Ufficio scolastico territoriale ha chiesto alle scuole di ricontrollare i fascicoli degli studenti con disabilità. Da lì è emerso di tutto: certificazioni scadute, documenti mancanti, incongruenze tra verbali diversi. Situazioni che spesso si trascinavano da anni e che improvvisamente sono diventate un problema.
«Il risultato è stato un effetto domino - continua Miceli -. Le famiglie sono state indirizzate in massa verso l’Asp per aggiornare le certificazioni ma nel frattempo, con la riforma, molte competenze sono passate all’Inps. E così è iniziato il rimbalzo: chi chiedeva all’Asp veniva rimandato indietro, chi si rivolgeva altrove trovava uffici non ancora pronti ad applicare le nuove regole».
Una situazione di confusione generale, che coinvolge dirigenti, insegnanti e genitori. Ma il punto più delicato riguarda le ore di sostegno. In teoria, la legge è chiara: a stabilirle è il GLO, il gruppo di lavoro formato da scuola, famiglia e specialisti. Ciò significa che le certificazioni sanitarie servono come riferimento, ma non decidono di riflesso quante ore spettano.
La normativa, infatti, non prevede automatismi: anche senza una certificazione di gravità, le ore possono essere assegnate sulla base delle esigenze reali dello studente. È su questo scarto tra ciò che stabilisce la legge e ciò che sta accadendo nella pratica che si concentra la preoccupazione di famiglie e operatori.
Secondo Miceli «si sta creando una situazione in cui le decisioni rischiano di dipendere sempre di più dalle certificazioni e meno dalla valutazione concreta dello studente. La preoccupazione è che si crei una subordinazione alla certificazione: come se fosse l’Inps a decidere il sostegno, ma non è così che funziona».
Qui nasce la paura più grande: quella di una riduzione delle ore a causa del nuovo sistema di valutazione che potrebbe classificare alcuni casi come meno gravi rispetto al passato. E nel sistema scolastico italiano, meno gravità significa meno ore di sostegno.
A complicare tutto c’è anche il modo in cui questa fase è stata gestita. «Le scuole - aggiunge l’avvocato - hanno ricevuto indicazioni rigide sulla necessità di avere documenti perfettamente in regola, con il timore di responsabilità amministrative. Questo ha spinto molti istituti a chiedere aggiornamenti alle famiglie in tempi brevi, creando lunghe attese e ulteriore incertezza».
È proprio dentro questa incertezza che la questione si sposta su un piano ancora più concreto. Perché in mezzo alla burocrazia ci sono gli studenti. E c’è una domanda che resta centrale: chi decide davvero di cosa hanno bisogno?
La normativa, come visto, una risposta la dà. Non dovrebbero essere i certificati a decidere, ma le esigenze dello studente. Quando però il sistema si complica, questo equilibrio si sposta verso una logica che rischia di diventare più amministrativa che educativa. Ed è in questo passaggio che si inserisce la preoccupazione di queste settimane: non per quello che accadrà ma per quello che, secondo molti, potrebbe accadere.
Perché il sostegno non è una voce burocratica, e neanche un numero di ore scritto su un foglio: è presenza quotidiana, è qualcuno che traduce, che media, che rende possibile quello che altrimenti resterebbe escluso.
Per uno studente significa poter stare dentro la classe, seguire, partecipare, costruire relazioni, non restare ai margini, significa avere un punto di riferimento stabile, qualcuno che conosce le sue difficoltà ma anche le sue possibilità. È uno degli strumenti attraverso cui la scuola diventa, davvero, un luogo condiviso che funziona davvero per tutti.
Per questo, mentre le piazze si colorano e le parole tornano a riempire gli spazi pubblici, c’è chi chiede qualcosa di più semplice e più difficile insieme: chiarezza. Sapere come funziona il sistema, sapere a chi rivolgersi, sapere che i diritti non cambiano da un giorno all’altro. Tutto il resto viene dopo.
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