Studenti siciliani fra i meno bravi d’Italia: "Le prove Invalsi non sono eque"
Nell'Isola meno della metà degli studenti raggiunge competenze adeguate in italiano e matematica: l'intervista alla ricercatrice di Unipa Giuseppa Cappuccio
Prove invalsi
«Non basta restituire i dati alle scuole, ma è importante individuare percorsi di formazione adatti a ogni realtà e, sulla base dei dati raccolti, valutare senza pregiudizi, fornendo strumenti tecnici più veritieri per leggere i report. Così si promuove una didattica centrata sulle competenze e sulla valorizzazione dell'errore».
Parte da qui Giuseppa Cappuccio, ricercatrice di Pedagogia Sperimentale all'Università di Palermo, per leggere i risultati del "Rapporto Invalsi 2025" che per quanto riguarda la nostra Sicilia, continua a essere difficile da guardare. I numeri parlano chiaro: in Sicilia meno della metà degli studenti della scuola media raggiunge competenze adeguate in italiano e matematica. Un dato che non sorprende chi lavora nel settore, ma che acquista un peso diverso se consideriamo che la Sicilia non è una regione con scarso accesso all'istruzione.
Le scuole ci sono, gli insegnanti anche. Il problema sta altrove. Secondo Cappuccio la frattura educativa in Sicilia non è legata all'accesso all'istruzione, che risulta adeguato in termini di scuole e insegnanti disponibili, ma riguarda aspetti più profondi. Il nodo è la coerenza - o meglio la sua assenza: «Non credo che il problema si centri sulla pratica didattico-valutativa ma spesso sulla scarsa coerenza tra la progettazione educativo-didattica, le Indicazioni Nazionali e le rilevazioni Invalsi».
Il rapporto 2025 documenta che in Sicilia si hanno i risultati di apprendimento più bassi del Paese. Negli istituti professionali dell'Isola, oltre il 60% degli studenti non raggiunge la soglia minima in italiano.
Il Rapporto 2025 introduce una distinzione che vale la pena tenere a mente: quella tra dispersione scolastica esplicita (chi abbandona, un fenomeno in diminuzione) e dispersione implicita, ovvero chi conclude il percorso senza aver acquisito competenze concrete. È questa seconda categoria a crescere e in Sicilia il dato è particolarmente preoccupante.
«La quantità di studenti e studentesse "senza competenze" probabilmente è legata alla distribuzione territoriale e alla qualità dei processi di insegnamento-apprendimento e delle risorse scolastiche - spiega Cappuccio -. I differenti contesti scolastici dovrebbero maggiormente attenzionare le esigenze e le eccellenze di tali studenti per aiutarli nei loro progetti di vita».
C'è poi la questione degli strumenti. Le prove Invalsi sono uguali per tutti gli studenti da Bolzano a Palermo. Questa uniformità solleva spesso una critica: questi esami riescono davvero a fornire dati veritieri in contesti così diversi o si limitano a fotografare il divario senza spiegarlo davvero? Cappuccio però non le demonizza: «Le prove standardizzate non dovrebbero essere vissute come una limitazione alla libertà educativo-didattica, piuttosto come un'opportunità per riflettere sul livello delle competenze indispensabili che ogni studente dovrebbe sviluppare e potenziare, indipendentemente dal contesto di provenienza».
Il punto è cosa si fa con quei dati una volta restituiti alle scuole. Perché un insegnante in una periferia palermitana non lavora nelle stesse condizioni di uno in una scuola milanese e questo incide: «Un singolo insegnante può davvero fare la differenza, ma non può farla da solo - sottolinea Cappuccio -. Il contesto siciliano è complesso, richiede competenze relazionali forti, capacità di rete e una formazione mirata che viene costantemente implementata, ma il percorso richiede uno sforzo comunitario volto a colmare tutte le sfide».
Esistono, però, esperienze che funzionano: «Le scuole siciliane, anche quelle che si trovano in contesti a rischio di esclusione, lavorano intensamente e con risultati non indifferenti», dice Cappuccio, citando i progetti finanziati dalla Regione e dall'USR Sicilia, le singole scuole che hanno trasformato spazi in luoghi di comunità, i laboratori didattici, le attività extracurricolari.
Il problema è che questi sforzi rischiano di essere vanificati da una lettura superficiale dei numeri: «Spesso bastano dati quantitativi a compromettere il lavoro delle scuole che quotidianamente si sforzano di garantire il benessere di ciascuno studente e di ciascuna studentessa». I dati Invalsi, insomma, non sono il nemico. Il problema è usarli come punto di arrivo invece che come punto di partenza.
Parte da qui Giuseppa Cappuccio, ricercatrice di Pedagogia Sperimentale all'Università di Palermo, per leggere i risultati del "Rapporto Invalsi 2025" che per quanto riguarda la nostra Sicilia, continua a essere difficile da guardare. I numeri parlano chiaro: in Sicilia meno della metà degli studenti della scuola media raggiunge competenze adeguate in italiano e matematica. Un dato che non sorprende chi lavora nel settore, ma che acquista un peso diverso se consideriamo che la Sicilia non è una regione con scarso accesso all'istruzione.
Le scuole ci sono, gli insegnanti anche. Il problema sta altrove. Secondo Cappuccio la frattura educativa in Sicilia non è legata all'accesso all'istruzione, che risulta adeguato in termini di scuole e insegnanti disponibili, ma riguarda aspetti più profondi. Il nodo è la coerenza - o meglio la sua assenza: «Non credo che il problema si centri sulla pratica didattico-valutativa ma spesso sulla scarsa coerenza tra la progettazione educativo-didattica, le Indicazioni Nazionali e le rilevazioni Invalsi».
Il rapporto 2025 documenta che in Sicilia si hanno i risultati di apprendimento più bassi del Paese. Negli istituti professionali dell'Isola, oltre il 60% degli studenti non raggiunge la soglia minima in italiano.
Il Rapporto 2025 introduce una distinzione che vale la pena tenere a mente: quella tra dispersione scolastica esplicita (chi abbandona, un fenomeno in diminuzione) e dispersione implicita, ovvero chi conclude il percorso senza aver acquisito competenze concrete. È questa seconda categoria a crescere e in Sicilia il dato è particolarmente preoccupante.
«La quantità di studenti e studentesse "senza competenze" probabilmente è legata alla distribuzione territoriale e alla qualità dei processi di insegnamento-apprendimento e delle risorse scolastiche - spiega Cappuccio -. I differenti contesti scolastici dovrebbero maggiormente attenzionare le esigenze e le eccellenze di tali studenti per aiutarli nei loro progetti di vita».
C'è poi la questione degli strumenti. Le prove Invalsi sono uguali per tutti gli studenti da Bolzano a Palermo. Questa uniformità solleva spesso una critica: questi esami riescono davvero a fornire dati veritieri in contesti così diversi o si limitano a fotografare il divario senza spiegarlo davvero? Cappuccio però non le demonizza: «Le prove standardizzate non dovrebbero essere vissute come una limitazione alla libertà educativo-didattica, piuttosto come un'opportunità per riflettere sul livello delle competenze indispensabili che ogni studente dovrebbe sviluppare e potenziare, indipendentemente dal contesto di provenienza».
Il punto è cosa si fa con quei dati una volta restituiti alle scuole. Perché un insegnante in una periferia palermitana non lavora nelle stesse condizioni di uno in una scuola milanese e questo incide: «Un singolo insegnante può davvero fare la differenza, ma non può farla da solo - sottolinea Cappuccio -. Il contesto siciliano è complesso, richiede competenze relazionali forti, capacità di rete e una formazione mirata che viene costantemente implementata, ma il percorso richiede uno sforzo comunitario volto a colmare tutte le sfide».
Esistono, però, esperienze che funzionano: «Le scuole siciliane, anche quelle che si trovano in contesti a rischio di esclusione, lavorano intensamente e con risultati non indifferenti», dice Cappuccio, citando i progetti finanziati dalla Regione e dall'USR Sicilia, le singole scuole che hanno trasformato spazi in luoghi di comunità, i laboratori didattici, le attività extracurricolari.
Il problema è che questi sforzi rischiano di essere vanificati da una lettura superficiale dei numeri: «Spesso bastano dati quantitativi a compromettere il lavoro delle scuole che quotidianamente si sforzano di garantire il benessere di ciascuno studente e di ciascuna studentessa». I dati Invalsi, insomma, non sono il nemico. Il problema è usarli come punto di arrivo invece che come punto di partenza.
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