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Trent'anni senza Rosa Balistreri: il ricordo dell'attivista dei "comizi con la chitarra"

Voce struggente e ironia tagliente Rosa Balistreri ammaliò anche oltre oceano, a Buenos Aires, accompagnata dal compositore e musicista Mario Modestini

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 21 agosto 2020

Ci sono donne che fanno la storia e superano il tempo e le difficoltà divenendo punti di riferimento indimenticati: una di queste, in Sicilia, è di sicuro Rosa Balistreri.

"Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Ma non sono una cantante… sono diversa, diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra".

Bastano queste due righe per comprendere fino in fondo chi fu Rosa, di cui quest'anno ricorre il trentennale dalla sua scomparsa, il 20 settembre 2020.

La si ricorda perchè balzò agli onori del successo grazie alla sua chitarra e alla sua voce ma ridurla a "cantante" è veramente improprio: prima di tutto fu un esempio, nel suo privato, per le donne che si trovano a subire violenza domestica.

La "voce della Sicilia", così come veniva chiamata, nacque a Licata, nell'agrigentino nel 1927 da una famiglia molto povera e, come si usava una volta, a soli sedici anni venne data in sposa a Gioacchino Torregrossa, uomo che, anni dopo in una sua canzone, definì “latru, jucaturi e ‘mbriacuni”.



Si può ben immaginare che con queste caratteristiche quest'uomo non fosse proprio il marito modello e infatti, tra alti e bassi, la misura per Rosa fu colma quando scoprì che Gioacchino aveva perso al gioco la dote della figlia Angela.

Ad una donna siciliana non puoi toccare i figli, compromettendo il loro bene, e per questo Rosa lo aggredì con una lima con l'intendo di ucciderlo e pensò di esserci riuscita come raccontò alla forze dell'ordine andandosi a costituire. Per questo episodio si fece pure sei mesi di carcere ma questo non la privò della sua forza, anzi; trascorsi questi mesi cominciò la sua seconda vita.

Furono anni certamente difficili che spinsero Rosa ai lavori più umili e impensabili - fece pure la raccoglitrice e la venditrice di lumache, capperi, fichi d’india - fin quando andò a lavoro in una ricca famiglia. Qui potè mettere la figlia in un collegio e, soprattutto, imparò a leggere e scrivere. Aveva appena compiuto 32 anni.

Dopo poco tempo, rimasta incinta del figlio del padrone, decise di scappare da quella casa e, accusata di furto, ritornò per alcuni mesi in carcere. Uscita aggiunse al suo curriculum il lavoro come sagrestana della chiesa degli Agonizzanti a Palermo ma, non avendo ceduto alle molestie del parroco, venne cacciata via e, con i soldi delle elemosine, scappò con il fratello invalido a Firenze.

Qui, dopo essersi sistemata, richiamata anche la madre con la quale mise su un banco di frutta, subì il trauma della morte della sorella, per mano del marito, che fece saltare gli equilibri. Il padre di Rosa si impiccò dal dolore e lei, nel tempo, cominciò a cambiare prospettiva grazie all'incontro con il pittore fiorentino Manfredi Lombardi.

Entrò nel giro degli intellettuali del tempo, nel 1966, e da quel momento, ritornando anche a Palermo agni inizi degli anni '70 comiciò a calcare i palcoscenici condividendo con il pubblico la sua voce unica e il peso di una vita che diventava, giorno dopo giorno, arte.

Di lei disse il poeta Ignazio Buttitta: "Ogni volta che cercheremo le parole, i suoni sepolti nel profondo della nostra memoria, quando vorremo rileggere una pagina vera della nostra memoria, sarà la voce di Rosa che ritornerà a imporsi con la sua ferma disperazione, la sua tragica dolcezza".

A Palermo, tramite l'amico gionalista Salvo Licata, conobbe il compositore e musicista Mario Modestini che per lei, tra le altre cose scrisse "La Ballata del Sale". Sempre con Modestini, poi, nel 1986, Rosa volò in Argentina per l'evento "Arte italiana a Buenos Aires".

Voce struggente e ironia tagliente Rosa Balistreri ammaliò anche oltre oceano confermandosi tra gli artisti del momento anche a livello internazionale.

«Rosa era una donna veramente forte e decisa - ci ha detto Mario Modestini - mi raccontò che voleva fortemente conoscermi perchè componessi la musica per i suoi testi. La conobbi ad un incontro organizzato dal nostro amico comune Salvo Licata e da allora non ci lasciammo più artisticamente.

Ricordo molti momenti belli e intensi con Rosa che era prima di tutto una siciliana, determinata e difficile da piegare anche davanti a tutte le avversità che la vita le riservò. Una volta, davanti ad un ostacolo, mi disse: Tu pensa a comporre, a vincere ci penso io».

A trent'anni dalla sua scomparsa di lei rimane, oltre al ricordo indelebile, un corollario di amici, parenti ed estimatori che, ognuno a proprio modo, cercano di promuovere e conservare il lascito artistico eccezionale di questa "cantora" che ha scritto e cantato la storia più intima della Sicilia.

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