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Trovata (per caso) nel deposito del cimitero di Palermo: il "mistero" della piccola Ninfa

Il nome le fu dato in onore di una delle antiche sante patrone di Palermo. Al direttore del cimitero dei Rotoli, definire "mummia" una bimba era sembrato poco rispettoso

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 3 maggio 2022

L’aveva chiamata Ninfa, in onore di una delle antiche sante patrone di Palermo, perché definire mummia una bimba piccola gli era sembrato poco rispettoso. Il direttore del cimitero di Santa Maria dei Rotoli, Cosimo De Roberto, in compagnia dell’architetto Paolo Amato, si era imbattuto per caso in quella strana scoperta, in una fredda mattina del 4 Dicembre di cinque anni fa, mentre stava verificando l’impianto elettrico nella sala Bonanno, una sorta di magazzino all’ingresso del camposanto, dove venivano un tempo ospitate in deposito le bare in attesa di sepoltura.

Aveva notato in un angolo una vecchia cassa di legno, piena di polvere e una volta sollevato il coperchio aveva stentato a credere a quel che si era trovato davanti: i resti di un corpicino ben conservato, sicuramente non di epoca recente, apparentemente mummificato.

Si trattava probabilmente di una bambina piccola, che era stato ricomposto, rivestito con un abitino di raso giallo e una mantellina rosa e adagiato su un materassino di velluto color porpora. Il capo, ornato da una coroncina di rose in tessuto, faceva immaginare si trattasse di una bambina.
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Il medico legale dell’Asp di Palermo che curava i servizi al cimitero monumentale della città, dopo una breve ispezione cadaverica aveva riferito al direttore che la cassa e il suo contenuto potevano risalire alla fine dell’Ottocento o ai primi del Novecento.

Chi era questa bambina? Da dove veniva? Perché si trovava lì? Il direttore aveva cominciato a indagare per capire come quella cassetta fosse finita al cimitero; non era stata registrata e nessuno degli addetti sembrava saperne nulla. Chiedendo ai collaboratori anziani qualcosa era venuto fuori però: il baule era stato depositato al cimitero dei Rotoli nel 1999 dal sacerdote don Giuseppe Calafiore, allora parroco della chiesa dello stesso camposanto. Il sacerdote era morto nel 2010, a settant’anni, portando con sé il segreto nella tomba.

Nel frattempo l’esame della piccola da parte dell’antropologo fisico Dario Piombino-Mascali, studioso di mummie e ispettore della Sovrintendenza ai Beni culturali di Palermo aveva consentito di accertare che il corpo della bambina non era stato sottoposto a processi di mummificazione.

La bimba misurava 67 cm (come un neonato di 6/8 mesi), si notavano la presenza di guantini sulle mani e di scarpine ricamate ai piedi, usanza diffusa anche per molti dei bambini esposti alle catacombe dei Cappuccini. Una struttura metallica rivestiva lo scheletro, per simulare la forma del corpo o forse per sostenerlo in forma eretta. Il capo si presentava scheletrizzato ma ricoperto di tessuto e trattato con una sorta di collante. Le condizioni del corpo e la cura di conservazione facevano pensare che la piccola, fosse stata esposta.

Sul biglietto rinvenuto ai piedi della piccola (ricavato da un foglio di quaderno a quadri) con una bella grafia svolazzante era stato scritto forse da una mano femminile: “S. Prospero 25 settembre 1977”. Il biglietto era stato fissato con del nastro adesivo su un involto, un fazzoletto con un ricamo a croce, che custodiva frammenti di ossa umane, di soggetti adulti e anche di animali, insieme a della ovatta. Scriveva Piombino Mascali: “Un frammento, in particolare, reca un elemento verde su cui si nota un nome in lingua latina, parzialmente leggibile, e un residuo di cera lacca. L’esperienza di chi scrive, in qualità di perito scientifico per la ricognizione dei santi, induce a ritenere i frammenti umani delle vere e proprie reliquie.”. Reliquie di San Prospero si conservano a Palermo anche nella chiesa di Sant’Orsola dei Negri, in Via Maqueda.

Secondo Piombino Mascali il corpicino poteva esser stato soggetto a pratiche di scolatura dei corpi, pratiche effettuate in varie chiese palermitane, come le celebri Catacombe dei Cappuccini. I corpi che non erano perfettamente mummificati potevano essere ricostruiti usando un ‘imbottitura di stoppa, paglia o lana al di sotto degli abiti.

Don Giuseppe Calafiore oltre a essere ex cappellano della chiesa del cimitero era anche stato padre spirituale e confessore presso alcuni monasteri della città e in particolare presso le “Cappuccinelle” e questo è forse il motivo per cui sin da principio Cosimo De Roberto, intervistato dai giornalisti, aveva affermato che non si sapeva da dove provenisse la piccola Ninfa ma si presupponeva da un convento.

Inoltre diversi sono gli indizi che potevano condurre al monastero delle monache cappuccine della Sacra Famiglia al Papireto: il fazzoletto con la croce ricamata; le reliquie di San Prospero; i colatoi e l’esposizione del corpo. La vasta cripta della chiesa delle Cappuccinelle di Palermo accoglieva i corpi delle monache e dal 1760 anche i corpi delle defunte dame palermitane, che (prima di morire) come riferisce Gaspare Palermo “Disponevano di essere seppellite nella sepoltura interna di queste religiose che era ordinata come quella dei PP. Cappuccini in più corridoi ove, entro nicchie, erano disposti i cadaveri vestite da cappuccine”. L’uso di trovar collocazione nella cripta delle Cappuccinelle per le nobili signore palermitane durò fino al 1865, nonostante le prescrizioni del dispaccio reale del 1783 che stabiliva di chiudere tutte le sepolture in città.

Nel 1966 Rosario La Duca ottenneva il permesso di visitare la cripta del convento di clausura. Nelle numerose nicchie erano ancora collocate le mummie: tutte, laiche e religiose, vestivano il saio, ma le monache portavano una corda attorcigliata sul capo, in segno di umiltà. Alcuni anni dopo una parte della cripta venne smantellata, per poter utilizzare il locale per altri scopi e le mummie furono trasferite (chissà dove…).

Dalla fotografia scattata da Rosario La Duca nella cripta si nota anche la presenza di casse simili a quella della piccola Ninfa. In uno dei lati del baule della bambina vi erano delle cifre da inventario 48226/U : la cassa faceva parte di un numero di esemplari inventariati, forse prima di esser trasferiti?

Nel 2017 Antonio Fiasconaro aveva raccolto la testimonianza del direttore del cimitero e nel 2018 aveva pubblicato il volume Il mistero di Ninfa. Nonostante le dettagliate ricerche e l’esame di ogni indizio, il giornalista non era riuscito a dipanare la matassa dell’intricato giallo. Da allora nessuno si è più interessato al caso.

Peccato: ci aveva sperato tanto Cosimo De Roberto, voleva scoprire chi fosse veramente quella bambina, per restituirle un nome. I resti della piccola sono stati benedetti il 2 Novembre del 2018 dall'Arcivescovo Lorefice, al cimitero dei Rotoli e poi Ninfa è stata di nuovo dimenticata e adesso riposa in pace, come forse è giusto che sia.
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