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Uccisa a 8 anni dai "soldati del re": l'orribile (e dimenticata) storia di una piccola siciliana

Francesco Bianco, storico, ci racconta la terribile vicenda di Angela Romano, la piccola innocente uccisa nel 1862 dai militari durante la rivolta di Castellammare del Golfo

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 9 maggio 2022

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La targa dedicata ad Angela Romano

La piccola Angela Romano, di Castellammare del Golfo (non Angelina come spesso erroneamente si scrive) venne barbaramente uccisa dai militari dell’esercito regio il 3 gennaio del 1862, all'età di 8 anni.

Non sappiamo di che colore fossero i suoi occhi o i suoi capelli, perché non esistono fotografie della bambina e tutte quelle che circolano sul web sono dei falsi; d'altronde, è alquanto difficile che la figlia di un muratore del 1862 potesse avere un ritratto fotografico, un lusso esclusivo delle classi agiate all'epoca.

Sappiamo solo – grazie alle ricerche di Francesco Bianco – che secondo l’atto di nascita n.380 (Archivio Provinciale di Trapani e Archivio storico del comune di Castellammare del Golfo) Angela era figlia di Pietro Romano, che era venuta al mondo il 5 novembre del 1853 e che, come venne pietosamente annotato nel registro dei morti della chiesa madre, “interfecta fuit a militibus regis Italiae” ("fu assassinata dai soldati del re d’Italia").



Angela fu una delle vittime innocenti della rivolta contro i cutrara, una delle pagine più brutte dell’Italia post unitaria: una sommossa divampata a Castellammare del Golfo (Trapani) il 1 gennaio del 1862; un episodio drammatico e controverso che ancora oggi non trova spazio sulle pagine dei libri di scuola.

A raccontare cosa accadde il giorno di Capodanno di 160 anni fa è stato proprio Bianco, ex bancario ormai in pensione, laureato in scienze politiche e in giurisprudenza, da sempre animato da grande interesse e passione per l'indagine storica, e autore di alcuni saggi inerenti il periodo dell'Unità d'Italia.

Bianco si è basato soprattutto su approfondite ricerche condotte in archivi statali, comunali ed ecclesiastici; ma un ruolo molto importante hanno avuto anche le famiglie dei discendenti dei protagonisti dei fatti del 1862, che hanno generosamente messo a disposizione documenti o hanno raccontato storie e testimonianze.

Cosa avvenne dunque il 1 gennaio del 1862?

Nel giorno di Capodanno la violenta reazione popolare dei renitenti alla leva obbligatoria, contro il novello Stato unitario, diede luogo a una vera e propria carneficina, orchestrata dai Surci filoborbonici e in una incredibile escalation di violenza nessuno venne risparmiato, neppure le donne e i bambini.

Dietro questi fatti di sangue si celava la lotta di due fazioni, da una parte i Cutrara e dall’altra i Surci, che si contendevano il potere a Castellammare del Golfo.

Cutrara erano detti dal popolo i notabili che si erano arricchiti dividendosi la cutra (coperta), ovvero traendo ingenti benefici dalla privatizzazione dei beni ecclesiastici e demaniali, così come previsto dalla politica economica del Regno d’Italia: erano la nuova classe borghese e liberale emergente del periodo neo unitario.

Surci (topi) erano chiamati invece gli esponenti della vecchia classe dirigente che non volevano cedere gli antichi privilegi della loro casta e cercavano di mantenere il potere politico ed economico.

Nel pomeriggio del 1° gennaio 1862 una massa di almeno 400 rivoltosi, esasperati dalla leva obbligatoria (vera tragedia sociale di tutto l'ex Regno delle Due Sicilie) arrivarono in paese dalla contrada di Fraginesi, al grido di “Viva la Repubblica”, sventolando delle bandiere rosse.

Questi disperati, abilmente manovrati e strumentalizzati dalla fazione dei "Surci”, assaltarono e incendiarono gli edifici pubblici e le case signorili lungo la strada mastra (il corso principale). Il principale obiettivo erano le famiglie di Bartolomeo Asaro (49 anni) e Francesco Saverio Borruso (60 anni), riunite a pranzo nel giorno della festa.

Borruso era il comandante della guardia nazionale e Asaro era il commissario di leva; i due erano legate da vincoli di parentela perchè Girolamo Asaro (24 anni) figlio di Bartolomeo aveva sposato la figlia di Borruso, Francesca (26 anni).

Il primo a cadere nelle mani dei rivoltosi fu Borruso che venne pugnalato e colpito con colpi di armi da fuoco. Il suo cadavere fu lapidato, squartato e infine bruciato. La casa di Asaro venne data alle fiamme. Francesca, ostacolata nei movimenti a causa dell’evidente stato di gravidanza, in preda al panico cercò invano salvezza sul tetto.

Per la paura partorì i due gemelli che aveva in grembo e morì subito dopo insieme alle sue creature, perché venne colpita da alcuni proiettili alla testa. Girolamo venne pugnalato, finito con colpi di arma da fuoco e poi il suo cadavere venne bruciato. Infine Bartolomeo Asaro, venne trascinato nell’atrio della sua casa e ancora vivo, venne dato alle fiamme.

La sommossa del 1° gennaio mise a ferro e fuoco il paese per tre giorni, fu unaguerra sanguinaria e fratricida, con episodi da far gelare il sangue, come quelli sopra descritti, che denotano l’odio e la rabbia che si annidavano nel popolo. La feroce ribellione venne repressa con pugno di ferro dai soldati del Re d'Italia e a pagarne le conseguenze furono anche vittime innocenti, tra cui la piccola Angela.

È stato scritto che mentre la bambina era nascosta dietro ad un cespuglio, avendo per caso assistito alla fucilazione delle altre vittime innocenti della repressione sabauda, essendo impaurita scoppiò a piangere. I soldati accortisi della bambina decisero di fucilarla perché era una scomoda testimone.

Non esiste però nessun riscontro storico al riguardo: l'unico dato certo è l'atto di morte della bambina (redatto da padre Carollo nei registri della chiesa Madre di Castellammare) che recita testualmente sul verso della pagina 80: «Romano Angela filia Petri et Joanna Pollina consortis. Etatis suae an. 9 circ. hodie hor. 15 circ. in C.S.M.E. Animam Deo reddidit absque secramentis in villa sic dicta della Falconera quia interfecta fuit a militibus Regis Italie. Ejus corpus sepultum est in Campo Sancto novo». (Romano Angela, figlia di Pietro e Giovanna Pollina consorte. Dell’età di circa 9 anni, oggi alle ore 15 circa, in Comunione con la Santa madre chiesa, ha reso l’anima a Dio, senza sacramenti, nella villa cosidetta della Falconera perché uccisa dai soldati del re d’Italia. Il suo corpo è stato sepolto nel Camposanto nuovo.)

L'unica deduzione credibile, secondo Francesco Bianco, è che la bambina rifugiatasi insieme ad altre persone sulla cima di Monte Inici nei pressi della villa Falconera, sia stata uccisa insieme agli altri castellammaresi, per una azione di rappresaglia dei soldati del Re d'Italia: nessuno aveva voluto rivelare probabilmente dove fossero nascosti i rivoltosi. Lo stesso Crispi definì le vittime della fucilazione a villa Falconera "sciagurati" e non ribelli.

La trascrizione della morte di Angela è probabilmente postuma e il nome della bambina non è inserita nell’indice del libro dei morti. La piccola inizialmente non fu annotata perché era troppo sconvolgente l’efferatezza di questa fucilazione.

Le trascrizioni del libro dei defunti della chiesa madre vanno infatti dal giorno 1 gennaio 1862 al giorno 3, poi come per incanto a Castellammare non morì più nessuno, fino al giorno 8 gennaio, quando si tornò a morire, ma solo per morte naturale: niente uccisioni per causa della rivolta o per mano dei soldati.

Nel registro degli atti di morte del Comune di Castellammare dell'anno 1862 le trascrizioni dei decessi iniziano a partire dall'1 febbraio. Appare palese nel mese della sommossa, delle stragi e delle repressioni, una deliberata volontà di cancellare ogni traccia.

Quello che oggi sappiamo fu annotato con coraggio dall'arciprete Girolamo Galante e dal suo collaboratore Padre Michele Carollo, che per tre giorni, nel registro della Chiesa Madre, trascrissero i decessi; poi dovettero fermarsi perché rischiavano la fucilazione. Padre Galante e Carollo cercarono con una trascrizione successiva alla morte di Angela di rendere giustizia alla bambina.

Alcuni sostengono che negli archivi di Stato risulta che Angela venne processata e fucilata con l'accusa di brigantaggio, ma tutte le volte che Francesco Bianco ha chiesto che venisse esibito questo documento, nessuno è stato in grado di produrlo.

È stato anche scritto che la bambina venne fucilata perché portava il pane al fratello brigante, nascosto sui monti; ma il fratellino più grande di Angela, Michele, all'epoca aveva undici anni, non certo età da brigante e non c'è nessun riscontro al riguardo.

Grazie a Francesco Bianco alcune vie sono state dedicate in diverse città d’Italia ad Angela Romano, che è diventata una bambina simbolo di tutte quelle vittime innocenti della violenza delle guerre; vittime che vengono purtroppo dimenticate e cancellate per sempre, non solo dai libri di storia ma anche dalla memoria popolare.
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