Un anno dalla strage, Monreale non dimentica: "Da allora qui tutto è cambiato"
Dalla tragedia è nata una luce: l’associazione M.A.S, animata dai familiari e dagli amici di Massimo, Andrea e Salvo. "Portiamo avanti i loro valori contro la violenza"
Salvo Turdo, Andrea Miceli e Massimo Pirozzo
Una sera che avrebbe dovuto essere di festa, in cui tutto il paese era riunito in un momento corale, qualcuno ha deciso di scegliere sul valore della vita di altri, qualcuno ha deciso di interrompere il respiro di tre giovani ragazzi, per una rissa finita male. Un evento che ha lasciato un segno indelebile nelle vite di tutti i giovani monrealesi, con un misto di dolore e rabbia che si traduce però nella necessità di riscatto.
Da quel sentimento di sgomento nasce però una luce, con la volontà di dare voce a chi non c’è più e mantenerne vivo il ricordo: l’associazione M.A.S, animata dai familiari e dagli amici dei ragazzi prende forma per mantenere la memoria dei ragazzi, per mantenerne vivo lo spirito e per essere un presidio costante per far capire che un modello alternativo c’è, che non si può morire a vent’anni e per fare in modo che quello che è accaduto quella notte non si ripeta più. Trasformare il ricordo in qualcosa di vivo, fare in modo che la storia non sia solo una ferita: dire chiaramente che la criminalità non è una strada, non è libertà, non è futuro.
La data dell’anniversario dalla morte dei tre ragazzi è arrivata, e con questa una malinconia e un’amarezza che probabilmente neanche il tempo potrà curare. Per questo, i ragazzi hanno organizzato, oggi, 27 aprile, un’intera giornata dedicata a Massimo, Andrea e Salvo, con diverse iniziative. Dal momento commemorativo al "Bar 365", con attimi di silenzio e preghiera, ma anche con la proiezione di un video con le voci dei ragazzi, per ricordare tutti i momenti condivisi con gli amici, con la forte volontà di ricordarli per quelli che erano, ragazzi di 20 anni con il cuore pieno e una vita tutta da vivere.
M.A.S è una sigla che non porta soltanto i nomi dei tre ragazzi (Massimo, Andrea e Salvo), ma porta anche concetti chiari: memoria, amicizia, speranza. È la necessità di rimarginare una ferita condivisa e farla diventare forza, alzando una voce ferma che si scagli sempre contro la violenza, per essere una presenza costante. Motivo per cui l’associazione ha anche scelto di costituirsi come parte civile al processo per la morte dei ragazzi.
Sin da subito, i ragazzi che fanno parte dell’associazione si sono attivati concretamente nel paese, non solo con eventi commemorativi, come le fiaccolate, la piantumazione di alberi in memoria dei ragazzi e le processioni, ma anche come motore propulsivo di un cambiamento che parta dai più piccoli, incontrando le scuole del circondario.
«L’associazione nasce sì dal dolore, ma anche da una forte voglia di riscatto da questa società violenta – racconta Claudia Pirozzo, sorella di Massimo e presidente dell’associazione a Balarm -. Con quello che facciamo, vogliamo che sia chiaro a tutti che si può scegliere di cambiare strada e di stare dalla parte del bene, ripudiando l’utilizzo della violenza.
Vogliamo ricordare l’animo di Massimo, Andrea e Salvo, ragazzi che vivevano la vita in pieno, sempre nel rispetto verso gli altri, pronti sempre a dare una mano ed essere un supporto per tutti. Vogliamo portare avanti i valori che loro stessi ci hanno insegnato: vivere la vita in pieno facendo le scelte giuste, inseguire i nostri sogni e aiutare il prossimo».
Inaugurata il 23 ottobre 2025, in occasione del compleanno di Andrea, l’associazione si è sbracciata da subito per avere un impatto sulla vita dei giovani monrealesi. Fondamentale per i ragazzi, è l’incontro con gli studenti delle scuole: «Ci siamo mobilitati tanto in poco tempo. Abbiamo iniziato con l’inaugurazione a Monreale, organizzando lavoratori ricreativi sulla legalità, sulla non-violenza e l’inclusione. Siamo stati invitati nelle scuole superiori, tra cui una anche a Bagheria, dove abbiamo raccontato di ciò che è successo ai ragazzi è reale e che purtroppo nella società in cui viviamo oggi può diventare possibile.
Per noi è importante farli crescere per stare da subito dalla parte del giusto, far capire che la violenza ha delle conseguenze. Chi uccide viene comunque privato della propria vita e libertà. È vero che a pagare la conseguenza più grande è chi non c'è più, ma anche chi sta dall'altro lato viene penalizzato. La violenza non vince, il violento perde tanto quanto».
Per l’associazione è importante anche creare rete, alleanze, supporti e aiuto nel paese con anche gli altri gruppi che già operano in quel contesto. Sono tante le collaborazioni avviate, tra cui l’associazione “Oltre le pareti”, il Coisp, con “Il quartiere”, col “torneo dei quartieri” e molte altre. Per ricordarli con lo sport è stata organizzata una partita di calcio in onore di Andrea, Massimo e Salvo.
Nonostante la volontà di attivarsi e scendere in campo, però, la ferita lasciata da quella notte resta sempre aperta: «Ad oggi la comunità dei giovani monrealesi non si è ripresa del tutto. Forse nascondiamo questa tristezza e questo dolore forte, ma quando ci guardiamo negli occhi, quando passiamo nella strada del 365, dove è avvenuto il fatto, il pensiero torna sempre a quell’attimo, come se fosse successo ieri», conclude Claudia.
I luoghi che sono sempre stati un riferimento per i giovani monrealesi, da cui sono passate risate, conversazioni e serate in compagnia, diventano da un momento all’altro presidi silenziosi di un ricordo terribile che non va mai via. «Passare dal 365 è un caos di emozioni – racconta Desirèe Diliberto, segretaria dell’associazione -. Da un lato ci sono tutti i bei ricordi con i ragazzi: le uscite, la birra insieme. Abbiamo passato veramente serate intere in quel bar che ci ha visti screscere, ci ha visti ridere, gioire, che a volte ci ha anche visti essere tristi, com’è normale che sia nella vita di tutti. Per noi era un luogo di ritrovo, era casa, era un continuo “ci vediamo al 365”.
Allo stesso tempo, però, a volte quando guardo a terra riesco ancora a vedere quei tavoli, quelle sedie, quei motori buttati per terra, anche le pozze di sangue, perché quando io sono uscita da lì quella sera, nel momento in cui era tutto finito, a terra era pieno di sangue per tutto l’accaduto. È tuttora brutto passare da quella strada, perché un luogo che a noi ha sempre dato gioia, serenità, adesso è un luogo che ti riporta a quegli attimi, che ti riporta alla perdita di tre amici, che ti riporta anche al fatto di aver sentito per la prima volta gli spari di una pistola, e questo ha inevitabilmente comportato dei cambiamenti nel nostro modo non tanto di vedere Monreale di per sé, perché quella è e rimane casa nostra, ma piuttosto nel modo che noi abbiamo ora di uscire, di socializzare, di vedere anche una semplice uscita con gli amici. Io so che è giusto vivere anche per Andrea, Massimo e salvo, perché loro erano la gioia di vivere e lo sono anche adesso. Dobbiamo vivere per loro, divertirci per loro e uscire per loro».
Dare voce a Massimo, Andrea e Salvo vuol dire anche dare voce a tutte le altre persone che una voce oggi non l’hanno più, perché è stata spezzata troppo presto, ribadendo che il diritto alla vita non si può toccare, che non è normale avere paura di uscire di casa a 20 anni, che non è normale che si debba stare sempre all’erta, non sapendo se dopo una birra con gli amici si riesca a tornare a casa vivi.
«Eravamo presenti anche alla manifestazione in ricordo di Paolo Taormina, io ricordo che nonostante fossimo comunque scortati dagli agenti di polizia, avevo paura, - continua Desirèe - L’ho fatto perché era giusto, perché purtroppo serve ribadire che il diritto alla vita è sacro, nessuno può decidere di spezzare una vita in questo modo.
Anche in occasione di quella manifestazione, mi sono trovata a ribadire che oggi noi giovani abbiamo paura di uscire, ed è una cosa impensabile che a 20 anni, in un tempo in cui ti senti invincibile e dove dovresti spaccare il mondo, ci sono delle persone che prendono delle decisioni sulla vita degli altri e tu non sai se tornerai a casa.
Massimo, Andrea e Salvo non sono stati un caso isolato, questo tipo di violenza l’abbiamo vista ovunque, non solo a Palermo, ma anche in Campania e nel resto d’Italia, oggi è normale non sapere se torni a casa, è normale avere il terrore di uscire. Per me è assurdo dover spiegare il diritto alla vita».
Per poter fare in modo che veramente episodi del genere non si ripetano più, serve andare al cuore del problema, serve parlare di prevenzione, non di emergenza, serve agire sui giovani prima che si trovino a maneggiare un’arma, non dopo che hanno già sparato.
«Da psicologa, credo che si sia poca prevenzione e sensibilizzazione rispetto al tema, soprattutto in quartieri disagiati. Non è questione di avercela con il singolo quartiere per stereotipo o pregiudizio, il problema è che molte realtà sono abbandonate a loro stesse, non hanno aiuti, servizi, chi vuole uscire da determinate dinamiche spesso non ha materialmente gli strumenti per farlo. Credo che ci si debba assumere collettivamente una responsabilità: dalle istituzioni, allo Stato, al semplice cittadino. La prevenzione è una cosa che riguarda tutti, ed è assurdo che non venga trattata seriamente. Perché non è solo questione di omicidi, assistiamo a violenze di genere, a ragazzini che entrano a scuola con i coltelli per scagliarsi contro professori e compagni. L’emergenza c’è ed è grande, ma sembra non essere trattata seriamente per come dovrebbe».
Ascoltare i giovani, essere un posto sicuro per chi ha qualunque tipo di disagio, dire chiaramente che si può e si deve cercare aiuto nel momento del bisogno, sta nel modo un cui l’associazione MAS vuole fare prevenzione: «Abbiamo deciso di creare un punto d’ascolto, con il numero dell’associazione disponibile per chiunque voglia sfogarsi. Capiamo che a volte non c’è confronto nel contesto familiare, c’è poco dialogo e può essere più facile sfogarsi magari con un estraneo piuttosto che cercare aiuto in famiglia. Vogliamo essere un supporto concreto per tutti i giovani che vivono qualsiasi tipo di disagio».
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