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Un colpo di genio (tutto palermitano): in Veneto il cannolo siciliano gira in apecar

Giovanni è una persona dalle mille risorse e con tante idee che gli frullano in testa: «Accussì mi vinne in testa ‘u cannolu!». Ecco come nasce l'Apecannolo

Claudia Rizzo
TV producer
  • 31 gennaio 2021

L'Ape Cannolo dei fratelli Fecarotta

«Mi viene ‘i chianciri!» risponde Giovanni Fecarotta quando gli si chiede di raccontare la storia che lo ha portato a Treviso ormai sei anni fa. La sua, infatti, è una storia comune a migliaia di giovani siciliani che, andati via, soffrono maledettamente di quel “mal di Sicilia” che, anche dopo anni e anni, non li molla mai.

Giovanni è uno dei tanti, troppi per la verità, che ha fatto le valigie perché la nostra Palermo «non offre nulla», donando il proprio ingegno e la propria creatività a chi sa valorizzarli. Per questo non può che ringraziare la sua città d’adozione, ma con una nota di amarezza che accompagna l'intera telefonata.

Quasi un “cunto”, il suo, in un alternarsi fra italiano e siciliano che gli serve per «sentirsi a casa», pur essendo a circa 1500 km di distanza da quella che, nonostante tutto, non ha mai smesso di considerare tale.

Trentasei anni, un passato nell’Esercito e un’avventura culturale con il noto "Studio 22", dove «regalava musica». A un certo punto Giovanni si rende conto che non può più galleggiare e vivere alla giornata, ma ha bisogno di una stabilità che in Sicilia non riesce ad avere. E così decide di seguire le orme del fratello minore, raggiungendolo in Veneto.



Da lì parte una nuova storia, fatta di una «serenità mentale» che nella sua città aveva ormai perso. Trova lavoro come cameriere e subito dopo come impiegato commerciale in un’azienda che si occupa di carni bovine. Non gli basta, però.

Perché Giovanni è una persona dalle mille risorse e con tante idee che gli frullano per la mente: «Niente mi devo inventare? Accussì mi vinne in testa ‘u cannolu!».

Una vera e propria illuminazione, prende carta e penna e mette nero su bianco la sua idea: senza pensarci due volte, coinvolge il fratello, compra un’ape Piaggio e, nel tempo libero, si dedica ai lavori per modificare il mezzo a suo uso e consumo. I colpi di martello e i rumori degli attrezzi provenienti dal garage incuriosiscono e infastidiscono il vicinato, ma Giovanni non si ferma e tira dritto per la sua strada.

Nasce così l'Apecannolo: una cannoleria vera e propria che, nel giro di poco tempo, attira e attrae anche i trevigiani più diffidenti. D’altronde, cosa c’è di meglio di un cannolo farcito al momento con ingredienti di qualità che provengono direttamente da un caseificio di Gibellina e da un piccolo laboratorio di Ficarazzi?

«Non solo la bontà del dolce, ma anche l’artigianalità stessa del gesto per riempire le cialde» ne fanno un'iniziativa vincente. E se a noi può sembrare un esperimento poco originale perché «l’ape usata per il cibo da strada è storia», non è così a Treviso, dove lo street food non sapevano neanche cosa fosse prima dell’arrivo dei fratelli Fecarotta.

«Non c’era una normativa per queste attività, né l’Asl né il Comune avevano mai ricevuto una richiesta del genere, ma si sono subito messi a disposizione e, in un certo senso, sono stati nostri complici», spiegano.

Adesso l’Apecannolo, per gli appassionati di dolci, è un’istituzione. «Natale non è Natale se non ci sono i cannoli», se non c’è la cannoleria che dà ai clienti la sensazione di trovarsi in una delle assolate strade della nostra Sicilia. Perché il prodotto che vendono non è «solo un cannolo, ma una storia, uno spettacolo, un racconto di aneddoti e curiosità legate alla nostra terra».

A Pasqua e in qualche altra occasione sono riusciti a portare un raggio di sole anche nel reparto Covid dell'ospedale Ca’ Foncello, «regalando un breve attimo di dolcezza al personale medico e sanitario impegnato nell'emergenza» e provando un’emozione non da poco che li accompagnerà per sempre.

Un’altra emozione, confida il palermitano, sarebbe quella di salire sull’Ape e replicare il marchio laddove in fondo tutto è cominciato. Giovanni, però, sente che Palermo non è ancora pronta per comprendere il significato della sua iniziativa, che mescola tradizione e innovazione.

Poi, si sa, soltanto «l’occhio ru li patruni ‘ngrassa lu sceccu» e non è facile trovare qualcuno che ami la sua creatura come lui.

Che dire? Speriamo che la Sicilia possa riconquistare i suoi figli scappati lontano, così da vedere presto uno “sceccu” goloso in giro per le nostre strade e ascoltare il “cunto” di una storia che, ne siamo sicuri, deve ancora continuare.
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