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Un luogo straordinario che cela tristi ricordi: sei in Sicilia, nella riserva di Maccalube

Nella bellezza del territorio agrigentino, da sempre ricco di storia e natura, questo luogo segna i confini tra ambiente e geologia, una dimensione tutta da scoprire

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 9 febbraio 2026

Riserva di Aragona

Nel ricordo di Carmelo e Laura Mulone. Presa coscienza della tragedia accaduta il 27 settembre del 2014, è tempo di visita. Nella bellezza del territorio agrigentino, da sempre ricco di storia e natura, Aragona segna i confini tra ambiente e geologia. A pochi chilometri dai maestosi templi di Agrigento, l’aria aragonese detta i passi silenziosamente.

Dal centro abitato, e proseguendo su strada asfaltata, a meno di dieci chilometri sorge la riserva naturale integrale delle Maccalube. Prima di proseguire con il racconto, è corretto informare i lettori. Dopo la tragedia del 2014, la Regione Sicilia ne decretò la chiusura definitiva ai visitatori. Il divieto impone un’attenta e serrata forma per evitare ulteriori tragedie.

Chiesta l’autorizzazione, è stato possibile addentrarsi per circa 50/70 metri, non oltrepassando il limite imposto dalla Legambiente Sicilia. Fatte le dovute considerazioni, in quei pochi passi la mente vaga tra pensieri, spirito d’osservazione e concetti di natura storica. È inutile girarci addosso, quell’evento infausto non verrà mai dimenticato. Omettendo gli aspetti giuridici (non di nostra competenza), il pensiero corre ai due bambini che hanno perso la vita durante la visita.

Solo sgomento, tanto, di fronte alla disgrazia. In quei metri la mente vaga e percepisce, istanti nei quali le forme irregolari condizionano le poche immagini in nostro possesso. Li “Macalubi”, chiamati così da Vito D’amico o Maccalubi (da Francesco Ferrara), esaltano le curiosità dei visitatori. Dietro alla ricerca del nome (femminile o maschile) e numero (singolare o plurale), le fonti danno e consegnano alla storia contemporanea una certezza: la provenienza.

Di origine araba “Maglub”, il fenomeno non lascia a ripensamenti. Noi, comuni mortali e non geologi, ci accontentiamo di chiamarli semplicemente vulcanelli di fango. Cosa sono nello specifico? Quali fonti storiche abbiamo in possesso? I geologi lo inseriscono tra i fenomeni rari. Nella ricostruzione “strutturale” puntano l’accento sulla manifestazione di gas che, una volta posto a pressione e in relazione ad argille intercalate in livelli di acqua salata, "esplodono".

Sfuggiti dal sottosuolo creano dei coni di fango da cui fuoriesce lo stesso gas. Esplosioni che possono raggiungere altezze importanti (vedasi i 40 metri del 2014). Tra eventi straordinari e fatti di cronaca, è stato lo storico siciliano Tommaso Fazello a descrivere il fenomeno: «Dà sorivi d’acqua, getta fuori continuamente una terra o un fango di color cenere, dove in certi anni determinati, si vedono uscir dalle viscere delle terra, con suono di terremoto, certi massi di fango d’incredibil grandezza».

Altri storici ammettono - nel corso dei decenni successivi seguendo gli studi del Fazello - l’aridità del territorio. È impossibile coltivare, acque mescolate a cenere impediscono ogni tipo d’intervento. Entra in gioco il singolo episodio. Correva l’anno 1777, quando avvenne un’eruzione di forme mastodontiche (raggiunse i 270 metri di altezza), tale da provocare fenomeni simili a terremoti. Le didascalie storiche colmano in parte la delusione. Sì, per la mancata (passata, odierna e futura) visita dell’intera area.

Questa si estende per 256,45 ettari. È suddivisa in due zone (ricade nell’omonimo Sito Natura 2000). La zona A è estesa per 93 ettari circa. Legata alla presenza di vulcanelli, nella parte umida sono presenti numerose specie endemiche della flora.

L’assenza dell’essere umano risulta essere, malgrado tutto, una forma di espansione per la libera vegetazione e l’habitat perfetto per la fauna (anfibi, rettili e rapaci). L’Asteril sorrentinii, l’Allium agrigentum, la Salsola agrigentina, il Lygeum spartum e la Malva agrigentina sono specie endemiche da preservare. In primavera fioriscono 18 tipi di orchidee.

Le zone B e B1 hanno la funzione di aree cuscinetto a tutela della zona. Se Guy de Maupassant descrisse il sito come “pustole di una terribile malattia della natura”, oggi lo descriviamo come un fenomeno dalle proporzioni illogiche.

È letto come un “punto descrittivo” del sottosuolo, dove alterna ambienti paradisiaci a intemperanze da non sottovalutare. E prima di andare, a pochi centimetri dai nostri piedi, ci accorgiamo di un evento particolare.

Potrebbe essere l’origine di un nuovo vulcanello. Usiamo il condizionale, è un mestiere che non ci appartiene. Nella speranza che un giorno, di fronte a una disgrazia mai sopita, la riserva venga intitolata alla memoria di Carmelo.
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