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Un tombino nascondeva i segreti di una chiesa: a Palermo c'è un luogo inesplorato

La scoperta si deve al Club Alpino Italiano e all'intuizione di una studiosa che si è messa sulle tracce del "tesoro" grazie ad un articolo risalente al periodo dell'unità d'Italia

Giusi Lombardo
Cercatrice di monumenti
  • 23 luglio 2020

La chiesa di Sant'Agata la Pedata a Palermo

La storia che vi racconto qui di seguito è la prova di come da uno spunto, una traccia o un filo sottile possa aprirsi un mondo intero e possano essere portate alla luce vicende, monumenti e siti dimenticati. O addirittura, nel nostro caso, letteralmente sotterrati.

Dobbiamo la geniale intuizione a Eugenia Manzella del Club Alpino Italiano che nel 2005, in un vecchio articolo apparso il 13 febbraio 1861 sul giornale "La Nuova Sicilia", lesse che era stata scoperta una via sotterranea durante degli scavi nel giardino dell’ex convento di Sant'Antonino a Palermo.

Questo camminamento si dirigeva verso la chiesa di Sant'Agata la pedata, ma già allora non era stato possibile proseguire le indagini a causa dell'ingente ingombro di terra. L'autore ottocentesco del pezzo si augurava delle immediate esplorazioni, mirate a scoprire se fosse quella la zona delle catacombe viste dallo storiografo Gian Giacomo Adria nel Cinquecento e poi riportate dallo storico ottocentesco monsignor Vincenzo Di Giovanni.



Delle origini della chiesa di Sant'Agata la pedata non si conosce molto, ma viene annoverata fra le più antiche di Palermo: risalirebbero infatti al 1202 i diplomi che citano questo luogo di culto e si ipotizza che sia sorto nel VI secolo su un monastero gregoriano dedicato ai santi Agata e Massimo, allora collegato con quello di Sant'Ermete (termine poi trasformato in "Eremiti").

La chiesa di Sant'Agata si trova nell'attuale via del Vespro, fuori dalle mura urbane, e da essa prese il nome la vicina porta. Mentre la definizione "la pedata" si riferisce al sasso in essa conservato, sul quale si crede che sia rimasta impressa l'impronta del piede della Santa nel 253, prima di essere condotta a Catania per il martirio.

Il suo antico nome era "Sant'Agatha de petra" e nel 1575 fu concessa ad una maestranza alla quale appartenevano numerose tipologie di artigiani, i quali vi fecero erigere la cappella di Sant'Eligio, loro protettore. In seguito, nel 1622, vi subentrarono i Padri Mercedari Scalzi, che dopo tre anni si trasferirono al Molo e la abbandonarono, per via dell'esaurimento dell'acqua del pozzo e dell'aria malsana che vi si respirava in quel periodo.

Nel 1663 pervenne ai Padri Agostiniani riformati della Congregazione di Sant'Adriano uniti alla Congregazione dei Centorbi, i quali la ingrandirono, la abbellirono e vi annessero il loro convento, sul luogo che già nel 1324 era sorto come ospedale. Pur essendo esterna alle mura cittadine, la chiesa si riteneva facente parte dell'Albergheria e la zona, allora come oggi, era molto frequentata.

Ma dobbiamo tenere presente che nelle aree esterne al centro cittadino si usava seppellire i defunti e quale migliore zona poteva essere adatta se non questa, così ricca di cavità ipogee? Il caso volle che proprio nel 2005 crollò una parte del manto stradale accanto alla chiesa di Sant'Agata la pedata ed Eugenia Manzella, allora responsabile di un progetto per il recupero di cavità storiche urbane in convenzione con l’amministrazione comunale, una volta ottenuti i permessi poté fare aprire dagli operai addetti un tombino ai piedi del prospetto meridionale della chiesa ed eseguire l’esplorazione dell’ipogeo.

Non potete immaginare cosa si presentò ai loro occhi! Il tombino dava su un piccolo vano, in cui si trovavano ancora intatti tre essiccatoi, con i relativi resti umani, disposti su tre lati del locale. Da qui si accedeva ad un disimpegno con i resti di una scala che conduceva alla sacrestia della chiesa. Il percorso proseguiva verso una seconda stanza, con una botola in alto ormai sigillata, sul fondo della quale si apriva un profondo pozzo - che si concludeva in una camera rozzamente scavata - nella quale scoprirono, sorpresi, un carnaio! Una vera e propria piramide di corpi accatastati tra cui si notavano resti di lucerne e di ceramiche.

Le numerosissime salme, adagiate l'una sull'altra in modo composto, si pensò che potessero essere riconducibili ad una morìa dovuta a tragici eventi, come guerre o pestilenze. Una volta risaliti in superficie, con il georadar vennero eseguiti dei rilievi in chiesa, scoprendo le tracce di un precedente impianto e varie stratificazioni successive.

Si individuò pure un'altra cavità ad imbuto di origine più antica, che risultò riutilizzata per lo spurgo dei resti di una cripta che le fu addossata in tempi successivi, a sua volta appartenente ad una sepoltura cunicolare che si snodava sotto l’intera navata, dirigendosi verso la porta d'ingresso della chiesa. Si pensò che potesse trattarsi dell'altra estremità del famoso camminamento sotterraneo segnalato nell’articolo de “La Nuova Sicilia”, mai esplorato e poi chiuso, ma l’esplorazione non poté proseguire per motivi tecnici e per l’indisponibilità di fondi.

La scoperta è così rimasta purtroppo incompiuta, ma auspichiamo che un tale tesoro storico e culturale venga presto restituito alla cittadinanza, specie considerando quanto questa parte della città sia ricca di ingrottati, più o meno grandi, variegati e talvolta collegati tra loro, come riscontrò già nel 1956 il geologo e speleologo urbano Giovan Battista Floridia che esplorò diffusamente la zona.

Non dimentichiamo che in una parte di quello che, dal nome della famiglia che lo possedeva, prese il nome di Fondo Amoroso, nei pressi delle vicine vie Marinuzzi, Errante, Pisacane e Corazza, ai primi del Novecento fu ritrovata una chiesa sotterranea formata da quattro cavità collegate da una stanza centrale, in cui si trovavano un altare, un pozzo, alcune sepolture ed un’ampia scala di risalita.

Su tutta la struttura vennero poi edificate delle palazzine che nascosero per sempre la sua esatta ubicazione. Sulla dolorosa esperienza di questa testimonianza, sempre ricercata e forse ormai perduta, non ripetiamo lo stesso errore e facciamo in modo che un passato così importante come quello di Sant'Agata la pedata venga finalmente restituito alla città, cui spetta di diritto conservare questa sua eredità.
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