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Una "piccola Palermo" tra profumi, storia e quiete: in Sicilia, nel borgo dei sogni

Il Castello, il piccolo museo che racconta il Rito del Mastro di Campo e più in là - a duecento metri circa, il Museo dei Pupi, accendono gli animi dei curiosi. Vi ci portiamo

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 11 gennaio 2026

Il borgo di Mezzojuso

“Io sono nato a Mezzojuso e lì l’uomo nasce mezzujusano e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natia circondata da maschere, riti, storia e pupi. È vanto, non per tutti”. Entrati in punta di piedi negli aforismi gelosi della Sicilia, è tempo di viaggio. Di conquiste. A circa una quarantina di chilometri da Palermo sorge, incastonata tra distese coltivate e colori genuini, il borgo arbëreshë di Mezzojuso. La statale Palermo - Agrigento è il luogo insolito che lascia attoniti i curiosi.

Proprio loro, presi alla sprovvista da nuove tentazioni. A pochi minuti dall’arrivo splende, nella sua imponenza strutturale, il Castello di Cefalà Diana. Il fortino dichiara “pace eterna” ai visitatori. E noi, malgrado una sorta di "calamita pericolosa", non ci lasciamo ingolosire. Lo svincolo è lo strumento di persuasione, metri (pochi) che ci separano da uno dei cinque borghi con doppio rito. Silenziosi, rispettiamo - sin dai primi passi - quello che il borgo ci riserverà.

Diamo spazio alla buona volontà, alla capacità di comunicazione e campo libero allo spirito di osservazione. Sono i tre elementi che contraddistinguono la nostra visita. Poi, con lucidità e gentilezza ci sono loro, i veri protagonisti della storia attuale del comune palermitano: Domenico, Angela, Matteo e il signor Antonino. Fanno parte di una schiera numerosa che ama il paese. Ognuno manifesta la chiara intenzione di non mollare. Hanno grinta da vendere, veri esperti della “mezzujosità”.

Il primo impatto è meraviglioso. Come nei racconti di scrittori antichi incontriamo gatti, stratuzzi, gradini, ciuri e ciuriddi. Alziamo gli sguardi per cercare qualcosa, la troviamo. Profumi inebrianti, sapori "duciazzi" e profonda quiete. Finalmente, tra "acchianati" e "scinnuti" raggiungiamo la piazza dei due riti. È domenica. Una come le altre. Forse sì, o forse regalerà un pezzo di "sicilianità".

Domenico Pinnola è uno storico dell’Arte. Conosce bene il suo paese. Lo vive, lo ama. Descrive al meglio l’incontro/scontro dei due riti. La Chiesa di San Nicolò di Mira (rito greco-bizantino) è del XVI sec. Sorta su un primo edificio ad opera dei profughi albanesi (in forza delle Capitolazioni del 3 dicembre del 1501), racconta la vita religiosa della comunità una volta trovata collocazione in paese.

Ristrutturata in diversi periodi, l’edificio religioso presenta un’unica navata con volta a botte. Le decorazioni interne sono in stile greco. Con profonda ammirazione, impassibili, siamo contagiati dalle iconostasi con icone bizantine del ‘500 e la Theotokos del XIII sec. Immersi nella cultura bizantina, ogni riferimento è collocato in un mosaico che segue una logica definita.

Le statue e il Crocifisso in avorio fanno parte dei tesori da non perdere. Il campanile di inizio '600 dà dimostrazione di imponenza e stile. A pochi metri, in un gioco religioso di sostanza storica non indifferente, sorge la Chiesa dell’Annunziata. Del XVI sec., era posta su un primo edificio del XI sec - dopo l’espulsione dei Saraceni. I lavori di ampliamento vennero eseguiti nel 1680.

Furono occupati parte del giardino del “Castello”. A pianta latina e tre navate con transetto, la parte esterna presenta un’opera architettonica massiccia. Tra questi: tre portali sovrastati da archi a sesto acuto, due rosoni e una scultura marmorea (l’Annunziata). All’interno si trovano capolavori in tele. Raffigurano la Comunione di Santa Rosalia e la Beata Vergine che appare a San Vincenzo Ferreri. Pregevole è la Suppellettile Sacra. Culti latini e bizantini intrappolano i visitatori. In una retorica dalle origini molto antiche prende forma il lungo e impervio racconto storico.

Nel mezzo di stralci documentati, proviamo a confrontarci con il passato. Sin dalle ricerche di Edrisi il quale, prova a mietere “vittime storiche” sulle origini del nome. Lo stesso afferma che potrebbe derivare dall’arabo “manzil Yusuf” (il casale di Giuseppe). Tesi che avvalorerebbe l’esistenza di una comunità a partire dal X secolo.

Allontanati i Saraceni, i territori vennero concessi da Ruggero II il Normanno a dei monaci (1132). Spopolato, Mezzojuso venne fondata (1444) da milizie albanesi condotte da Demetrio Reres e spedite da Giorgio Castriota Scanderbeg. In un complesso ricco e affascinante, giungiamo al 1527 quando il nobile Corvino ottenne il feudo in enfiteusi. Divenuta baronia, ne conseguì un periodo di splendore.

Da attenzionare, per i fatti accaduti, la morte del patriota Francesco Bentivegna (1856) durante la rivolta contro i Borboni. Tra un dolcetto e un altro si “accende” (metaforicamente parlando) la comunicazione. I borghi sono rappresentazioni di vita, dove lo scambio culturale (e non solo) diventa fattore comune. E basta una parolina con un abitante di Piana degli Albanesi per chiudere con un sorriso.

Entra in scena la Pro Loco (custode di tanti tesori), che rappresenta una “certezza vivente” per Mezzojuso. Il Castello, il piccolo museo che racconta il Rito del Mastro di Campo e più in là - a duecento metri circa, il Museo dei Pupi, accendono gli animi dei curiosi. Le prime fonti certificano la sua presenza (di lu castellu) sin dal 1132 e poi, divenuta dimora dei Corvino, fu ampliato. È formato da quattro corpi di fabbrica disposti attorno a una piccola corte centrale, alla quale si accede da un elegante portale ad arco con bugnato fiancheggiato da due colonne. Con dimostrazione elegante l’entrata è un complesso di sfarzo e virtù.

Ad aspettarci, dall’alto del rito popolare, il Mastro di Campo è uno dei massimi eventi siciliani. Rincorriamo sogni e speranze, ci s(vestiamo) della modernità e inseguiamo la nostra regina. Dietro alla leggenda si celano miti e segreti. A Carnevale entrano in scena un centinaio di maschere. E se il Mastro colma le lacune sentimentali “immaginarie”, il Museo dei Pupi ci porta indietro nel tempo. A vivere la sicilianità attraverso le marionette di scuola palermitana e catanese.

Un incontro dove a prevalere sono le retoriche di vita quotidiana, di sfumature perdute dal passaggio al mondo contemporaneo. E il mondo antico è messo in risalto ovunque. In una leggera discesa che porta in Piazza Principe Corvino sorge la Fontana Vecchia. È ornata da cinque mascheroni di pietra di pregevole fattura.

Una vocina maschile sussurra all’orecchio di un paese cambiato negli anni, nei decenni. Il signor Antonio ci parla di una “surgiva” che dal colle raggiungeva appunto la fontana. "Sgorgava acqua pura, buonissima". E poi: "Mezzu (mezzo) - jusu (giù) era fornita di tutto. Uffici statali, regionali, riscossione tributi, servizi di ogni genere. Eravamo una piccola Palermo”. La voce di chi non ha voce; echeggia nel silenzio dei quartieri antichi del borgo. A poche decine di metri - arroccato e imponente - sorge il Monastero Basiliano e la Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Ad accoglierci c’è Matteo Cuttitta.

Inizia un nuovo capitolo che merita lo spazio necessario. Dopo una visita intensa, ci accingiamo a tornare nella piazza principale. La “Via dei Castagneti” non è affatto lontana. È cosa buona e giusta assaggiare le bontà locali. Una pausa meritata. Nel frattempo suona la sirena. Irrompe con forza. Simboleggia il richiamo per i contadini. Per il lavoro nei terreni agricoli. Per il sudore e il sacrificio. A debita distanza possiamo ammirare le chiese dell’Immacolata, dei Miracoli, dell’Udienza e di San Rocco. Arricchiscono il paese. Lo migliorano, lo fortificano. Se Mezzojuso prova a ritrovare la sua identità, lo si deve ad Angela. Lei è cultrice del rinnovamento (vedasi la Via dei Tesori). E anche noi, per un giorno, ci sentiamo parte integrante di un cambiamento tanto desiderato (da Angela).

La gita volge al termine. Coscienti di tanta bellezza, ci lasciamo andare al silenzio. Quello assordante che fa rumore e “cunta cchiossà di li paroli”.
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