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Vai in bicicletta e scopri una Sicilia pazzesca: la pista "Rossana Maiorca" ti lascia a bocca aperta

Avere un itinerario ciclopedonale immerso nella natura è già di per sé una ricchezza ma lo è ancora di più quando ti trovi in una terra che trasuda storia in ogni singola pietra

Carmelo Sgandurra
Insegnante e divulgatore scientifico
  • 15 maggio 2022

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Il treno proveniente da Catania, fino a pochi anni fa entrava a Siracusa dalla contrada Targia, a nord della città, e correva parallelo alla costa prima di entrare nella stazione. Quando si abbassava il passaggio a livello di Corso Gelone la città veniva tagliata in due, per questo motivo alla fine degli anni ‘90, dopo una lunga attesa, la linea venne deviata su un nuovo percorso, quasi tutto in galleria, che entra in città dalla parte opposta. Che fare del vecchio tracciato che, in questo versante, delineava il perimetro della città con i condomini che non si erano spinti oltre la linea ferrata?

Nel dibattito che ne seguì e una serie di proposte, per fortuna venne scelto il progetto di farne un sentiero ciclopedonale. Nel 2008, 10 anni dopo lo smantellamento della linea ferrata, venne aperto al pubblico la pista ciclabile che pochi anni dopo verrà dedicata a Rossana Maiorca, figlia del grande apneista Enzo, campionessa del mondo emula del padre, scomparsa prematuramente.



Il percorso inizia dal piazzale dei Cappuccini, è lungo circa 7 chilometri e termina nei pressi della spiaggetta della Targia, poco prima della zona commerciale. È diventato in pochi anni un punto di riferimento per i siracusani ma è frequentato anche dai turisti che affollano la città di Aretusa, a dimostrazione che di spazi verdi, di aree chiuse al traffico, e percorsi salute, non si è mai sazi abbastanza.

Avere un itinerario ciclopedonale è già di per sé una ricchezza, una valvola di sfogo contro il “logorio della vita moderna”, ma quando ti trovi in una terra che trasuda storia in ogni singola pietra è molto probabile che il percorso non sarà solo un luogo dove andare a fare jogging o portare i bimbi in bici.

L’itinerario infatti non è solo pregevole paesaggisticamente, ma è una continua sorpresa per le testimonianze storico archeologiche che disvela. Si sviluppa su un’alta falesia calcarea, ricca di anfratti e rocce, paesaggisticamente simile alla costa di Capo Murro di Porco.

Solo nell’ultimo tratto bisogna alzare lo sguardo verso l’Etna innevata per non guardare le ciminiere del petrolchimico che campeggiano sullo sfondo. Dal punto di vista naturalistico dà il meglio di sé in primavera, tempo di fioriture e di colori sgargianti come quelli dei papaveri, delle margherite, delle ginestre. Non mancano palme nane, lentisco e timo odoroso arbusti tipici delle coste rocciose siciliane. In prossimità delle falesie emergono una serie di piccoli faraglioni, come i “due fratelli”.

Dove la scogliera degrada più dolcemente al livello del mare, in estate vengono allestiti dei solarium facilmente raggiungibili e molto frequentati per godere del mare in città, come quello che dista un centinaio di metri dai condomini di viale Tunisi. Le numerose grotte presenti lungo la costa non sono visibili dal sentiero ma raggiungibili in barca o in canoa.

Prima che la ciclabile penetri tra due pareti di roccia e sparisca alla vista, conviene lasciarla momentaneamente e seguire il viottolo che conduce all’Arco di roccia (segnato anche su google maps), uno degli angoli più suggestivi disegnati dall’erosione marina. Tornando sulla sterrata si supera il curvone e si raggiunge il vallone di Santa Panagia, il tratto più interessante del percorso dal punto di vista storico e archeologico. Sul tratto di scogliera tra Punta Cannone e la cava, che, come un piccolo fiordo, si apre direttamente sul mare, sono ancora visibili le postazioni difensive della seconda guerra mondiale, percorribili per alcuni metri.

Sull’altro versante della cava i ruderi della tonnara di Santa Panagia. Un vero e proprio villaggio con i marfaraggi, cioè gli opifici dove si lavorava il tonno, la chiesetta e le abitazioni padronali. Sono numerose le tonnare presenti o documentate da Siracusa a Portopalo, e sono denominate “tonnare di ritorno” perché intercettavano i tonni durante il ritorno dalle migrazioni nel Mediterraneo nel periodo della riproduzione.

Quella di Santa Panagia è una di queste. I ruderi attuali, ancora chiusi in attesa di terminare il restauro e trovare una loro collocazione come struttura museale, hanno un impianto settecentesco, risalente alla ricostruzione post sisma del 1693. Grazie alle associazioni ambientaliste siracusane che tengono alta la guardia la struttura non è ancora caduta nell’oblio. Prima di giungere al cancello di ingresso è possibile, tramite una scalinata, accedere alla spiaggetta sottostante, al riparo dai venti. Una deviazione conduce ad un oratorio rupestre dedicato alla Madonna.

Panaghia o Panagia in greco significa Tutta Santa ed è un attributo della madre di Gesù nella liturgia di rito bizantino. La chiesetta, interamente scavata nella roccia, al cui interno si vedono ancora le tracce degli affreschi, spiega il nome del toponimo che oggi è riferito non solo alla piccola cava e alla tonnara ma ad un intero quartiere di Siracusa e alla rada sottostante. La presenza di scale intagliate nella roccia, spesso sepolte dalla vegetazione, sorgenti d’acqua, anfratti e grotte, alcune identificate come necropoli greche, sono una testimonianza di un passato che ancora non è stato del tutto svelato.

Nell’ultimo tratto di ciclabile, prima di tornare indietro, è degna di nota la presenza di rocce vulcaniche , affioranti dal mare in prossimità della sorgente “acqua e palummi”, delle colombe. Giunti alla fine del percorso, basterebbe attraversare la statale per iniziarne un altro, anch’esso straordinario, quello delle Mura Dionigiane. Sono i resti delle antiche fortificazioni che conducono fino al Castello Eurialo sul punto più alto dell’antica città.

La Sicilia è anche questo, il finale di ogni storia è l’inizio di un'altra che varrebbe la pena raccontare.
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