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Vide morire il suo amico a 15 anni, Salvatore Barbato: "Portella non va dimenticata"

Il racconto di Salvatore Barbato, che vide cadere il suo amico Castrenze Intravaia sotto il piombo dei banditi. Anche lui rischiò la vita a Portella quel primo maggio 1947

Mario Calivà
Scrittore e drammaturgo
  • 1 maggio 2021

Il memoriale a Portella della Ginestra

Ero a Torino da alcuni giorni per presentare il mio libro sulla strage di Portella. Ne approfittai per passare da mio zio, Salvatore Barbato, il più piccolo dei fratelli di mio nonno materno.

A causa della distanza le occasioni di incontro erano sempre rare. Per questo dopo cena, approfittando del tempo insieme, ci fermammo a tavola fino a notte fonda. Parlammo del passato e dell'impegno della famiglia nella lotta per la concessione delle terre.

La mattina seguente presi in prestito la telecamera di un amico. Decisi di fissare in un filmato il racconto della sera precedente: quello del primo maggio 1947. Perché anche lui era a Portella, vicino al podio di Barbato dove rischiò la vita.

Accettò di fare il video. Senza indugi. Come nelle grandi occasioni indossò la sua cravatta preferita e un maglione che metteva solo nei momenti importanti. Un istante prima di cominciare i suoi occhi celesti mutarono espressione.

Erano pronti ad evocare il passato. Sembravano il cielo terso di quel mattino. Il pozzo dei suoi ricordi che mi restituivano la sua esperienza. In quella stanza avvenne una sorta di sospensione del tempo. Di pari passo si rivelavano passato e presente. Si prospettavano nel divenire e si intrecciavano nel flusso delle parole.



La voce mano a mano diventò sempre più solenne. Fino a quando mi parlò di Castrenze, suo amico caduto innocentemente sotto il piombo dei banditi. Allora cambiò il registro della sua narrazione. Cominciò a rivolgersi direttamente al vecchio amico come se fosse vicino a lui.

«Fra i caduti ci sei stato tu, Castrenze Intravaia. Mi hai toccato il braccio e mi hai detto "Turiddu, mortu sugnu". Questa parola a me risuona sempre nella mente. Mi sono girato, ti ho guardato e ho visto il tuo petto. Avevi una camicetta bianca e su questa camicetta c'era un taschino. Il flusso di sangue che usciva dal tuo petto pienava quel taschino. È qualcosa che mi è rimasto impresso quel sangue su quella camicetta bianca. Poi ho visto il tuo viso che si è smorto, si è calmato, chiuso.

Ti sei adagiato e io fui preso dalla paura. I miei quindici anni non mi potevano dire tanto, non conoscevo certe cose. Allora mi sono alzato e mi sono messo a correre. Parlò anche dell'aria che si respirava in quel periodo. Il ricordo è che quello era un periodo in cui la gente guardava avanti».

Infatti, cosa si cantava in quel tempo? “Splende il sol dell’avvenire”, cioè ognuno aveva una speranza che tutte le cose andassero meglio.

«Eravamo usciti da poco da una guerra. Mentre l’oratore aveva cominciato a parlare subito si sentirono i primi colpi. Però a quell’età, avevo quindici anni sedici li facevo a luglio, uno non si rende conto di ciò che sta per succedere. Ti rendi conto quando senti poi gridare, senti la confusione, senti quelle cose.

Allora, ad un certo momento c’era una bandiera per terra e io l’ho raccolta e siamo scappati via. Tra l’altro quella era una bandiera cucita da mia madre Giuseppa Schirò e mia sorella Cristina. La sua famiglia dopo la strage era in pericolo per via della sua partecipazione attiva alle lotte comuniste: il motivo proprio principale è che quando in paese venivano deputati e dirigenti del Partito Comunista, il punto di riferimento era casa nostra».

Accursio Miraglia era venuto a casa nostra, anche Girolamo Li Causi. Mia madre aveva capito che qualcuno stava preparando qualcosa per noi, visto che il nostro profilo era chiaro e i più esposti erano i miei fratelli Giorgio, tuo nonno, Saverio e Pino. Saverio era uno di quelli che avevano organizzato le sezioni del partito di San Giuseppe Jato e San Cipirello.

Ad un certo punto mia madre ha detto a tuo nonno: «Prima che succeda qualcosa, che sia troppo, Giorgio, tieni questi soldi, prepara un posto in nord Italia cosicché possiamo venire poi noi. Giorgio si era fermato in Toscana dove aveva comprato un pezzo di terra»

Descrive l'opposizione dei preti nei confronti dei comunisti in Toscana: «Erano contro i comunisti. Era un periodo dove si veniva scomunicati. Mia sorella Cristina, tua zia, quando siamo arrivati in Toscana andava sempre in chiesa e poi non poterono andare più perché non davano la comunione ai comunisti».

Alla fine di tutto, mentre mettevo a posto la telecamera, mi disse: «L'ho fatto per la memoria. Perché Portella non deve essere dimenticata».

Il racconto lo aveva riportato alla gioventù. Per un attimo aveva creduto fosse possibile. Sospirò e fissò di nuovo il vuoto per alcuni istanti preso dalla nostalgia. Sembrava scoraggiato ma dopo pochi istanti, la sua mente riprese a preoccuparsi del presente e mi chiese se mi andasse un caffè.
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