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Entrano di straforo al Castello Utveggio di Palermo: le immagini del degrado

Alcuni palermitani attenti al patrimonio hanno varcato le porte - aperte - del Castello Utveggio ed ecco cosa documentano: nessun controllo, crepe, vandalismo e spazzatura

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 22 novembre 2017

«Che le cose siano così - diceva Giovanni Falcone - non significa che debbano andare così». E aveva ragione.

Che il degrado culturale di questa città stia toccando livelli così alti giorno dopo giorno non è affatto un mistero, ma quale prezzo siamo disposti a pagare veramente per l'inabilità progettuale della peggior classe politica dell'età repubblicana?

Si, perché se il palazzo Utveggio che tutti i palermitani chiamano "Castello" attraversa la fase finale del copione del degrado indotto, la responsabilità è da ricercare per intero e senza alibi nelle stanze del potere regionale.

Di proprietà della Regione, il grande castello rosa è una struttura tardo modernista che l'ingegner Giovan Battista Santangelo progetta nel 1928 per il costruttore Utveggio appunto, che lo realizza in circa 5 anni: rappresenta per ogni cittadino palermitano un compagno silente, una presenza rassicurante, un vero e proprio riferimento geografico, un pezzo di sé.

Nasce come hotel di lusso, poi il tentativo di reinvenzione in forma di Casinò, poi l'abbandono, il mite recupero degli anni Ottanta col passaggio di proprietà alla Regione Sicilia e l'uso timido del Cerisdi, oggi, a fronte di una irresponsabile politica priva di capacità gestionale, è tornato imperante il degrado, l'abbandono, l'incuria, il vandalismo, i ladri in forma di sciacalli sul corpo ancora caldo.

Non lo so se il segnale che uccise Paolo Borsellino e i suoi angeli in via D'Amelio, sia partito dalla terrazza circolare del castello.

Quello che so, è che se il degrado di oggi ha superato la soglia della vergogna, di quelle parole di Giovanni Falcone, noi non siamo riusciti a diventarne continuatori e nello schifo dell'abbandono, nella misura dell'uomo miserabile che non è in grado di custodire la bellezza locale delle nostre più recenti radici culturali, vi si annida la peste dell'incultura che ci sta facendo toccare il fondo e che impedisce la risalita dal baratro.

Santangelo fu allievo di Ernesto Basile, costruì negli anni Venti una delle prime stazioni radiofoniche in via Uditore, fu brillante progettista dello I.A.C.P., insegnò Idraulica, realizzò uno degli edifici più vicini al gusto della Secession viennese nel Palazzo Biondo a sinistra del teatro Massimo, progettò e realizzò negli anni Venti un altro mito dei palermitani tutti, lo Stadio Della Favorita e fu uno sperimentatore eclettico del cemento armato.

Credo che dobbiamo qualcosa di più a questi "costruttori di bellezza liberty ". Credo che noi dobbiamo impegnarci seriamente affinché questa piccola classe politica produca finalmente i risultati per cui ogni mese incamera stipendi dorati, credo che se gli sciacalli avranno la meglio e nell'indifferenza anche questa volta, sarà come uccidere per la seconda volta Giovanni e Paolo e il loro portato culturale alieno ai compromessi, in prima linea sempre contro i colletti bianchi, maestro di bellezza, scudo del primato culturale di uno Stato che può e deve e solo in forma di comunità, costruire valore e negare questo degrado come destino ineluttabile.

La nuova compagine politica intervenga immediatamente e senza alibi ne ritardi, i ladri hanno già effettuato i primi sopralluoghi e sistemato persino le scale per accedere e razziare persino i chiodi dal muro.

Il silenzio si chiama "vergogna".

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