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A cu facisti spinnari? Credenze popolari in Sicilia sulle "voglie" delle donne in dolce attesa

In passato le voglie di una donna incinta erano così importanti da costringere un uomo a uscire di notte alla ricerca di ciò che aveva scatenato un desiderio di gola a sua moglie

Mario Calivà
Scrittore e drammaturgo
  • 10 aprile 2021

Si sa che ogni uomo che si rispetti deve far fronte ai desideri della moglie, specialmente se questa è in dolce attesa.

Le voglie, i disii, di una donna incinta in passato erano così importanti da costringere un uomo a uscire di notte alla ricerca di un frutto, un ortaggio o qualsiasi altra cosa che aveva scatenato un desiderio di gola a sua moglie.

V'era credenza popolare che se la donna gravida non avesse soddisfatto il suo disio, nella peggiore delle ipotesi avrebbe rischiato d'addisertari (l'aborto), oppure avrebbe potuto imprimere nel feto una macchia a forma del cibo desiderato, nello stesso punto toccato durante lo spinno.

A tal proposito un'antica canzone popolare recitava: Comu gravida donna chi disia Frutti ch'a chiddu tempu non ci sù, Si tocca a un puntu cu dda fantasia, Passatu un pocu nun ci penza cchiù: Nasci lu partu cu zoccu vulia, Signatu appuntu unni tuccatu fu. Ccussì fu iu, chi disiannu a tia Tuccai stu cori, e ci arristasti tu.



Lo scrittore e presbitero Antonio Mongitore, vissuto a Palermo a cavallo tra il Seicento e il Settecento, in "La Sicilia ricercata nelle cose più memorabili", si era occupato di tali argomenti.

Infatti, scriveva: "Cosa frequentissima è quello che accade alle donne gravide, che bramando qualche frutto, o altra cosa da mangiare, se toccano una parte del corpo, mandano poi a luce il parto colla macchia nel luogo toccato, del frutto o altro da loro desiderato. Vengono questi strani effetti chiamati Desij o voglie. […]

Una donna gravida a Palermo ebbe la voglia di mangiar fragole: toccossi il volto, e partorì la figlia coll'impronta d'una fragola nel mezzo delle ciglia, e nel tempo che matura questo frutto, diventava più del solito rubiconda".

Poteva capitare che il neonato presentasse la voglia non a mo' di macchia ma di vera e propria carne, come una riproduzione in 3D. Nello stesso volume sopracitato Mongitore riportava che a Palermo aveva incontrato "una che aveva un oliva di carne dietro il ginocchio; un'altra con una fetta di uovo di tonno salata sulla guancia".

Tuttavia, le voglie potevano avere come oggetto anche cose che commestibili non erano affatto: secondo Mongitore, una donna incinta di Catania desiderò così tanto gli anelli incastonati sulle dite della statua di Sant'Agata, che sua figlia nacque con gli stessi anelli sulle mani "non di pietra ma di carne".

Ma occorre accennare anche alla questione relativa agli odori, poiché i recettori olfattivi delle donne in dolce attesa sono particolarmente sensibili.

Dunque, nell'ipotesi in cui nei fornelli della cucina di un'abitazione, qualcuno preparasse un intingolo o qualche altra prelibatezza, e il profumo di quest'ultima facesse ingresso in casa di una donna incinta, potevano accadere solo due cose.

In primis il marito della donna in gestazione sarebbe andato a bussare alla porta della casa chiedendo un po' di quel cibo che aveva scatenato la voglia di sua moglie: nel caso l'avesse ricevuto, la donna gravida avrebbe soddisfatto il disio e la questione si sarebbe risolta lì. E questa era la prima cosa.

Ecco la seconda: se, invece, il marito fosse tornato da sua moglie a mani vuote, v'era abitudine di augurare a chi aveva rifiutato di concedere un po' di quella pietanza suscitante desiderio, un agghialoru o riolu, (tumoretto a forma di cece sopra la palpebra).

Quindi, s'era diffusa usanza che se si incontrava per strada qualcuno con un agghialoru sopra la palpebra, si chiedeva a quest'ultimo: "a cu facisti spinnari?"

A quel tempo per difendersi da tali maledizioni casalinghe, si recitavano questi versi: La mogghi prinulidda è un'assassina, Chi ogni piaciri ti sturba e avvilena, Chianci 'ntr' Aprili ca voli racina, Tra fibbraru vircoca a tutta lena. T'inquieta s'è assittata, o si camina, T'angustia 'ntra lu lettu, a pranzu e a cena, Si vôi ca tò mugghieri 'un ti ruina, Nun curari alli smorfii quannu è prena.

Oggi, secondo il parare di chi ancora si affida a tali credenze, a causa del consumismo alimentare estremo, le voglie dei neonati potrebbero assumere forme meno naturali come quelle di hamburgher, wurstel, sushi o patatine fritte.

Le voglie dei nostri nonni, sicuramente, sembreranno più salutari di quelle che appariranno ai nostri figli o nipoti, poiché rischiano di ritrovarsi una voglia di carne a forma di iPhone, o di un altro aggeggio elettronico, su qualche parte del corpo.
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