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A Palermo una preghiera scritta sulla strada: non è di una paziente, è un'opera d'arte

Una preghiera in dialetto siciliano scritta sull'asfalto davanti al Civico di Palermo è spuntata apparentemente dal nulla: in realtà è un'opera di un'artista

Alessia Rotolo
Giornalista
  • 25 febbraio 2020

Stefania Galegati alle prese con l'opera d'arte di fronte il reparto di oncologia del Civico di Palermo

Una preghiera in dialetto siciliano scritta sull'asfalto davanti al reparto di chirurgia oncologica (padiglione 24) del Civico di Palermo è spuntata - apparentemente - dal nulla. La preghiera, che percorre la strada per circa 100 metri, descrive la tortuosa strada che percorre chi si trova a combattere contro il cancro, come in una sorta di via crucis.

Alcune testate giornalistiche hanno riportato che a scriverla probabilmente è stata una paziente che ha attraversato il difficile tunnel della malattia fino alla guarigione, quando occhi nuovi guardano di nuovo avanti verso la vita. In realtà a scriverla è stata un'artista, Stefania Galegati romagnola di origine e palermitana d'adozione, che ha riportato sull'asfalto le parole di Giuseppina Torregrossa.

La preghiera recita: « Ave Maria prega pi tutti chiddi ca si trovano 'nta sta via. Ave Maria prega pì mia. Stazione numero 1 un colpo di coltello, a Pasqua l'agnello. La minna non c'è più, resta la malattia. Ave Maria, prega pì mia e per chi cammina nta sta via. Stazione numero 2 na botta di vilenu, uno scruscio di vento, sinni caderu ciuri e capiddi.



Ma ancora cuntrastamo sta tinta malattia. Ave Maria prega pi mia c'ancora non spunta chista via. Stazione numero 3 focu focu granni. La pagghia s'abbrucia la carne ci cuoce s'affuma accussì pure la malattia. Ave Maria prega pi mia ca vogghiu nesciri da sta via. Stazione numero 4: La vucca na cirasa, capiddi fitti fitti, l'occhi mennuli novi. Ave Maria io ti ringrazio. Stretta la foglia larga è la via ave Maria, io sugnu arrè mia».

«La scritta si legge da dentro verso fuori, andandotene via, uscendo fuori dall'ospedale, anche questa è una scelta simbolica», racconta l'artista, che non è nuova a questo tipologia di interventi artistici.

«La prima scritta la feci a Genova nel 2012 - spiega -. Era lunga un chilometro e partiva da Palazzo Ducale e arrivava fino al mare, raccontava una storia d'amore vera tra un'ebrea scappata da Odessa innamorata di un gerarca fascista».

Da quella prima volta ne sono susseguite molte altre: una addirittura in Cina, due a Milano, una su una pista ciclabile sul Po, poi una a Cefalù, a Palazzo Branciforte e un'altra ancora dentro la scuola Ferrara della Magione.

Quest'ultima scritta nasce per una collettiva artistica, la cui inaugurazione era in programma per sabato 29 febbraio. L'evento purtroppo al momento risulta interrotto a causa del Coronavirus che non permette alle altre artiste di essere presenti in città.

«Saremmo dovute essere in quattro ad esporre in questo spazio - spiega Galegati, curatrice dell'esposizione -. Ho deciso di invitare e coinvolgere altre artiste italiane che hanno avuto esperienze di tumori nella loro vita. Dopo che ho realizzato la mia opera, purtroppo a causa del Coronavirus le altre artiste non potranno essere in città per la data dell'inagugurazione che al momento è saltata».

Le altre tre artiste coinvolte sarebbero state Eva Marisaldi, Paola Gaggiotti e Silvia Cini.

«Ho scelto loro perché avevamo questo trascorso in comune, la malattia ma anche altro. - conclude - Anche la nostra carriera è simile, abbiamo tutte la stessa età e siamo tutte mamme. Avremmo voluto raccontare la malattia con ironia e leggerezza, niente di pesante. Per essere precisi direi che la raccontiamo con una leggerezza intensa».
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