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Abbandonato per anni come il suo quartiere a Palermo: rinasce il campetto dello Zen

Un luogo che, in un quartiere raccontato per le sue mancanze, ha finito per colmare un vuoto concreto. Eppure si porta dietro anche un’altra narrazione

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 1 aprile 2026

Il pallone rimbalza su un terreno irregolare, alza un po’ di polvere e cambia direzione all’ultimo. Le voci si sovrappongono: «Passa!», «Tira!», «Ma che fai!». Qualcuno protesta, qualcuno ride, qualcuno urla più forte per farsi sentire, qualcun altro si ferma un attimo con le mani sulle ginocchia e il fiato corto. C’è il rumore secco del pallone, quello dei passi che corrono, le risate che esplodono all’improvviso.

Attorno, c’è sempre qualcuno che guarda: seduto su un muretto, in piedi, appoggiato a una bici. Poco più in là, su una panchina, le madri chiacchierano con i passeggini accanto, mentre i più piccoli giocano ad acchiapparello. È una scena semplice, quotidiana, ma che in alcune aree della città non è mai stata scontata. A San Filippo Neri, dai più conosciuto come Zen, non lo è stata per anni. Prima, lì, dove oggi sorge uno dei pochi spazi aggregativi della zona, c’era altro.

«Un’area brulla che era diventata praticamente una discarica», racconta Fabrizio Arena, presidente di Laboratorio Zen Insieme. Poi, nel tempo, qualcosa cambia. Non perché qualcuno decide di costruire un campetto, ma perché quel campetto viene chiesto a gran voce: dai ragazzi, dalle famiglie, da chi quel vuoto lo attraversava ogni giorno senza poterlo abitare. Così, nel 2016, nasce il campetto Andrea Parisi: pubblico, accessibile e aperto a tutti. Intitolato a un ragazzo del quartiere morto per un malore mentre giocava per strada, nel tempo è diventato molto più di un campo da calcio.

«Quel posto non è semplicemente un posto in cui si va a giocare - dice Arena -. È un luogo di socialità per ragazzi e ragazze di ogni età, un punto di riferimento per intere famiglie». È qui che prende forma quella che lui stesso definisce «una storia collettiva», fatta di allenamenti, tornei, pomeriggi che si allungano fino alla sera, mamme sedute a bordo campo, bambini che crescono dentro quello spazio e imparano a riconoscerlo come proprio.

Un luogo che, in un quartiere spesso raccontato per le sue mancanze, ha finito per colmare un vuoto concreto. Eppure, fin dall’inizio, quel campo si porta dietro anche un’altra narrazione.

Quella che, quasi automaticamente, accompagna ogni intervento allo Zen: vediamo quanto dura. «All’inizio dicevano proprio così - ricorda Arena -. Quanto volete che duri un campetto allo Zen? Non è un dettaglio. Perché dietro quella frase si nasconde uno degli errori più ricorrenti quando si inaugurano luoghi in contesti come questo, ossia caricare chi li abita di una responsabilità implicita, quasi un monito: fatelo durare.

Come se la durata dipendesse solo da chi lo vive, e non anche - soprattutto - da chi lo progetta, lo accompagna, lo dovrebbe sostenere nel tempo». Quel pregiudizio, però, è stato smentito. E non perché qualcuno abbia vigilato dall’alto, ma perché chi quel luogo lo viveva ha iniziato a prendersene cura: reti sistemate, manto riparato, pulizia, piccoli interventi continui.

Anche quando farlo significava muoversi in una zona grigia, senza strumenti ufficiali, senza autorizzazioni chiare, dentro il paradosso di prendersi responsabilità su un bene pubblico non avendo i permessi per poterlo gestire davvero. Nonostante tutto, è andata avanti così per tanto tempo, perché quel campetto era diventato necessario, dimostrando che le cose possono durare anche dove si pensa il contrario: durano, però, quando entrano nella vita quotidiana, quando qualcuno le difende e le riconosce come proprie. Anche tutto questo, però, a un certo punto non basta più.

«Dopo circa sette, otto anni l’usura era tale da avere bisogno di un intervento strutturale», spiega Arena. Non perché il campo fosse stato abbandonato o maltrattato, ma perché era stato consumato dalla sua stessa funzione: troppo usato per continuare a reggersi solo sulla cura informale.

È da lì che si arriva a oggi. Dopo tanto impegno e fatica, i lavori di riqualificazione sono partiti e rientrano nel progetto “Cittadinanza e città”, dentro il percorso di coprogettazione legato ai fondi RUIS. Un processo partito qualche anno fa e che ha coinvolto Comune, scuole e realtà del territorio - come Laboratorio Zen Insieme, Lievito, Fondazione L'Albero della Vita, Handala, Redivivi, Send, Orto Capovolto, Lisca Bianca, ICS Sciascia e ICS Falcone - creando rete e mettendo attorno allo stesso tavolo chi quello spazio lo progetta e chi lo vive.

«Stiamo portando avanti interventi a 360 gradi - spiega l’assessore alle Attività sociali Mimma Calabrò - non solo sul piano della rigenerazione urbana, ma anche e soprattutto su quello dell'infrastrutturazione sociale. La riapertura del campetto significa inclusione, significa restituire luoghi di vivibilità e di comunità, dentro un percorso di rinascita del quartiere».

L’intervento infatti non riguarda solo il campo in sé, ma tutto ciò che lo circonda, destinato a diventare un’area più sicura, più accogliente, capace di ospitare attività diverse, dallo sport al semplice stare. «Nel progetto - aggiunge l’assessore - è prevista la sistemazione dei marciapiedi, il rifacimento del manto e l’introduzione di arredi urbani, insieme alla trasformazione dell’area antistante la scuola Sciascia in una zona pedonale, pensata per favorire la permanenza e l’incontro tra studenti, famiglie e abitanti».

È una buona notizia ma non è sufficiente, da sola, a chiudere il cerchio. «Se c’è un fatto che questa storia rende evidente - spiega Arena - è che gli spazi, da soli, non funzionano. Non basta costruirli o riqualificarli. Serve tutto quello che viene dopo: presenza, attività, educazione, continuità».

L’Organizzazione mondiale della sanità, d’altronde, lo ripete da tempo: gli spazi pubblici accessibili, sicuri e inclusivi sono fondamentali per la salute fisica, mentale e sociale, soprattutto per bambini e adolescenti, ed è proprio nei contesti più fragili che questi luoghi dovrebbero essere garantiti e sostenuti nel tempo. Ecco perché allo Zen il problema, per anni, non è stato avere uno spazio: è stato riuscire a tenerlo vivo.

E questo non è avvenuto per automatismo, ma grazie a una presenza costante di associazioni, educatori, operatori e, soprattutto, persone del quartiere che hanno trasformato quel campo in qualcosa che andava oltre lo sport. Il punto, quindi, è quello che succederà. Se quel posto continuerà a essere attraversato, abitato, riconosciuto.

Se resterà una storia collettiva oppure tornerà a essere solo un perimetro disegnato sull’asfalto. Perché una verità, in questi dieci anni, è già stata dimostrata: le cose, anche allo Zen, durano. Ma durano quando qualcuno resta.
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