Alla Kalsa c'è una strada che le ricorda: chi erano a Palermo le "zagarellaie"
Nelle giornate soleggiate di una volta, passeggiando per le strade di cui narriamo la storia si potevano vedere queste donne tutte insieme e sentirle anche cantare
Sul vocabolario del Pasqualino alla voce zagaredda troviamo scritto: «tela di seta tessuta in guisa che non passi la larghezza d'una spanna, ma per lo più non oltrepassa le quattro dita, nastro [...]». L'etimo della parola ha sicuramente a che vedere con i fiori di zagara, ne rappresenta un diminutivo, ma risulta ancora oggi incerto il motivo di questa assonanza, forse le forme delle scocche che si realizzavano con i nastri erano simili al fiore di zagara, da qui zagarelli, chissà, ma sta di fatto che vi era un vero e proprio mestiere conosciuto e riconosciuto almeno a partire dal XVII sec.: li zagareddi, ovvero le nastraie.
A Palermo esiste ancora una strada che le ricorda, la via Zagarellai(e). Il nome risulta al maschile perfino nel Vocabolario siciliano etimologico del Pasqualino corrispondente alla voce zagariddaru ma è oltremodo risaputo che le maestranze fossero tutte femminili, quindi ritengo che sarebbe un gesto simbolico apporvi l'aggiunta, fosse anche posticcia, della vocale “e” alla desinenza del nome nella lapide della via che le ricorda ancora oggi nel quartiere della Kalsa tra la via Alloro e la via Scopari.
Per la verità, stando a quanto riportato da Nino Basile sulla la sua Palermo Felicissima, la più antica localizzazione di queste operaie era nel quartiere della Loggia, precisamente nella parte della via dei Cassari più prossima a piazza Garraffello. Nella via dei Cassari nel XVII secolo vi si era trasferita una piccola colonia di calabresi che praticavano il mestiere di scarparelli, umili calzolai, e di presso a loro vi si stabilirono le “zagarellaie”(non fu certo un caso quindi che circa cento anni più tardi altri calabresi, divenuti poi più noti, i Florio, si fossero trasferiti da Bagnara Calabra a Palermo nella via dei Materassai, adiacente alla via dei Cassari). Curioso il fatto di come fosse usuale che le maestranze si trasferissero in blocco allorquando decidessero di cambiare abitazione.
Nel nostro caso specifico li zagarelli si trasferirono nell'attuale via e piazza Zagarellai e in alcune vie limitrofe come la via della Rosa all'Alloro. Le zagarellaie lavoravano quotidianamente con dei piccoli telai chiamati tilareddi, ancora sul finire dell'Ottocento nel Mandamento Castellammare esisteva il vicolo Tilareddi al quale si accedeva dalla via del Barrilajo (odierna via Cala). Giuseppe Pitré in un capitolo del suo La casa, la famiglia, la vita del popolo siciliano dedicato alla tessitura, racconta che una sua zia, la quale abitava nel Borgo S. Lucia (odierno Borgo Vecchio) sino al 1862 possedeva un centinaio di tilari di zagareddi e aveva altrettante operaie al soldo che venivano pagate «ricevendo le operaie tanto alla canna per la mano d'opera». Un'imprenditrice la zia del Pitré!
Nelle giornate soleggiate di una volta, passeggiando per le strade di cui narriamo la storia si potevano vedere tutte insieme queste nastraie e sentirle cantare mentre erano intente nell'opera loro a tessere per soddisfare il gusto delle fanciulle. Furono custodi di una tradizione semplice e forse millenaria, Penelopi sfortunate che rischiano di cadere nell'oblio.
Ma un tempo l'esistenza de li zagareddi risuonava persino nei canti popolari dove protagoniste erano sia loro che i loro manufatti chiamati zagareddi d'oru. Tali nastri erano di sì celebre fattura che finanche il poeta Giovanni Meli ne diede conferma immaginandoli a guisa di saette: «zagareddi d'oru spirannu/ chiuvianu di lu celu a middi a middi/ li trona orribilmenti ribummannu/ ci facianu arrizzari li capiddi». Cambiano le epoche e cambiano i mestieri, è un'ovvietà, i vecchi lavori scompaiono ma nessuno ci vieta di riportare alla luce il passato e a volte anche di trarne ispirazione.
Nella mitologia degli antichi Greci quando moriva qualcuno di valoroso affinché non se ne perdesse la memoria si trasformava in costellazione, ora non mi aspetto nulla di così poetico per un semplice mestiere come quello delle zagareddi, ma almeno apporre un “tilaretto artistico” in quella strada che, a parte il nome, sembra aver obliato tutto il resto mi parrebbe doveroso.
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