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Arrivarci è difficile ma dalle sue rupi la vista è pazzesca: tour in Sicilia, sulla Rocca Badia

Un’escursione fra ruderi di antiche badie, bellissime vedute panoramiche sull’Etna innevata e un territorio disseminato di strane rupi. Vi portiamo in un luogo unico

Santo Forlì
Insegnante ed escursionista
  • 2 febbraio 2026

Rocca Badia

Un’escursione fra ruderi di antiche badie, bellissime vedute panoramiche sull’Etna innevata e un territorio disseminato di strane rupi sforacchiate dalla caratteristica forma auricolare. Sabato 24 gennaio col gruppo “Valli Basiliane” siamo andati alla volta di Francavilla di Sicilia comune collinare ionico (330 s.m.) a circa un’ora di macchina da Messina.

Il nome deriva dal francese, ma ci sono stati insediamenti greci a partire dal V – IV secolo a.c. Con l’automobile siamo arrivati alcuni chilometri più in alto del centro abitato, situato in una valle formata dal fiume San Paolo e dal torrente Zavianni affluenti dell’Alcantara.

Questo comune è menzionato come Città dell’Acqua di cui è particolarmente ricco anche perché ha un indice pluviometrico di circa 1.000 – 1.100 millimetri annui, perciò nettamente superiore alla media della nostra isola.

In questa giornata il meteo ci è stato favorevole perché il nostro cammino si è svolto sotto un sole splendido. Però nei giorni passati ci sono state piogge intense. Infatti la nostra guida Giovanni Lombardo ci ha aggiornati che in queste zone in tre giorni ci sono state precipitazioni di ben 500 millimetri, circa la metà di quelle annue. Si tratta di piogge intense da non confondere con le bombe d’acqua in cui tali livelli si possono raggiungere in un paio di ore.

Comunque a causa di queste piogge eccezionali, abbiamo cambiato il percorso previsto che avrebbe dovuto snodarsi risalendo i torrenti ormai troppo colmi d’acqua e abbiamo seguito un itinerario alternativo attraverso i campi ancora molli e roridi di pioggia. Pur dovendo pervenire in un luogo sommitale: la Rocca Badia, per raggiungerlo aggirando i vari ostacoli abbiamo dovuto affrontare dei saliscendi.

In questi casi oltre alla perizia dell’esperto escursionista e a scarpe adeguate, risulta fondamentale disporre di un bastone per riuscire a tenersi in equilibrio e puntellarsi nei tratti in discesa. Abbiamo attraversato zone incolte con la presenza arborea di querce e altre in cui c’erano degli oliveti con ancora delle olive per terra e sugli alberi. Qua e là c’erano delle acque ruscellanti nei solchi e fenditure della collina. Dopo circa quattro ore di cammino fra sentieri, sterrati e percorsi di fortuna siamo giunti in un pianoro in cui c’era una mandria di bovini al pascolo.

Dovevamo passare da lì per giungere alla Rocca, c’era un po’ di timore perché qualche toro puntava le zampe per terra e ci guardava minaccioso. Ho cercato di rabbonirlo recitandogli i versi della poesia del Carducci : «T’amo o pio bove e mite un sentimento di amore e di pace nel cuor m’infondi…».

Chiacchiere a parte portandoci più di lato possibile siamo passati ed abbiamo visto la rupe in arenaria della placa di S. Salvatore che appariva come un disco obliquo chiaro e levigato ( o come una grande pagnotta a seconda i punti di vista) su cui sorgevano i ruderi dell’antico monastero sorto intorno all’anno 1092 per concessione del duca normanno Ruggero ed affidato al monaco Cremete, con funzione oltre che di feudo agricolo di baluardo difensivo.

Siamo saliti sulla rocca che vista da vicino appariva meno compatta e levigata rispetto alla percezione iniziale ma presentava anche qualche increspatura. In compenso alcune aree erano tappezzate di calendule arancioni che conferivano una nota di colore ai luoghi. Da una parte ci siamo imbattuti in un rettangolo di pietra riempito d’acqua che forse doveva essere il sarcofago del monaco Cremete.

Fra i resti delle possenti quasi ciclopiche mura era ancora visibile l’abside del monastero. Ma soprattutto da questo luogo sopra elevato si poteva godere di un’ampia vista panoramica che poteva spaziare dai prati verdi di tenera erbetta che c’erano più in basso e soprattutto sulla nostra destra ci sovrastava l’impareggiabile spettacolo del candido e vasto manto dell’Etna innevata.

Dopo esserci riempiti gli occhi di tanta bellezza, si è trattato pure di dare qualche contentino alla pancia. E poiché si erano fatte le ore 13.00 abbiamo fatto un frugale spuntino. Dopo siamo ridiscesi da dove eravamo passati e dove c’era ancora la mandria di bovini che questa volta non ci ha degnato di uno sguardo perché nel frattempo avrà realizzato che eravamo quattro fessacchiotti di escursionisti. In realtà eravamo venticinque.

Siamo saliti verso monte Olgari, un’ascesa breve ma molto ripida che ha impegnato gambe e fiato. La bella vista panoramica ci ha tuttavia ripagato della fatica. La stagione come oramai capita molto spesso era in anticipo e vedevamo mimose già fiorite e le euforbie rigide di cui era disseminata l’erta non erano ancora in fiore ma c’erano già i boccioli.

Toccato il punto più alto abbiamo intrapreso un cammino tutto in discesa in mezzo alle querce trascoloranti, ce n’erano ancora con le foglie verdi, ma tante altre erano sul rossiccio a dare un po’ di colore alla valle, fra l’altro pure ravvivata da limoni in piena fruttificazione.

Arrivati alle macchine, si erano già fatte le ore 15.00, non paghi di ciò che avevamo visto, abbiamo ancora percorso alcuni chilometri in automobile in direzione Mojo Alcantara. Ci siamo fermati ed abbiamo continuato a piedi per farci ancora un’altra breve erta sulla cui sommità è presente un sito di rupe arenaria con delle caverne naturali scavati nella roccia dalla furia del vento e da altri eventi metereologici.

Queste saranno state in passato utilizzate dagli eremiti specialmente dopo l’anno mille quando alcuni monaci sono fuggiti dall’Oriente bizantino per salvarsi dalla furia iconoclasta. Queste che abbiamo visitato sono particolarmente grandi ma tutto il territorio è disseminato di rupi sforacchiate che hanno una caratteristica forma auricolare. Sembrano grandi orecchie in perenne ascolto. Il che può aggiungere un tratto inquietante.

C’era una rupe scavata con ambienti sovrapposti con un’architettura a onde e con una forma simile a conchiglie marine che poteva fare venire in mente le celeberrima casa Batllò del Gaudì a Barcellona, una rassomiglianza veramente sorprendente.

Siamo poi transitati su un crinale in cui sulla nostra destra si stagliava in tutta la sua ampiezza e imponenza la sagoma dell’Etna innevata che veramente sembrava vicinissima a noi e che irradiava una bellissima luce bianca.

Più in basso sul lato opposto scorgevamo boschi di eucalipti particolarmente frondosi di cui uno si ergeva su tutti gli altri come uno smisurato gigante e che ci siamo ripromessi qualche altra volta di vederlo da vicino. Questa è una zona particolarmente ubertosa, infatti tutte le volte che siamo venuti nella stagione giusta abbiamo trovato gli uliveti stracarichi.
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