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I “Cani di bancata” non sono una mutazione genetica

Gianpiero Caldarella
Giornalista e autore di satira
  • 12 novembre 2006

Chi ha visto “Cani di bancata”, il famelico spettacolo teatrale diretto da Emma Dante, che ha debuttato a Palermo il 7 novembre, sa che in questa città di cani ce ne sono molti. E alcuni passano proprio davanti al teatro Montevergini, spostandosi regolarmente tra piazzetta della Canna e piazza Bologni. Cani sciolti, ma spesso legati l’uno all’altro. Spostandosi di qualche centinaio di metri, scendendo verso il mercato di Ballarò, si incontrano i cani di bancata. Sono quelli che aspettano sempre qualche pezzo d’osso o qualche frattaglia, che stanno sdraiati davanti a un bancone della carne, e si passano il tempo.

Un po’ fanno come molti esseri umani che stanno per ore davanti alla tv a vedere telequiz, telechiappe e telebotomia. Con la differenza che la tv non ti molla neanche l’osso. Poi ci sono i cani di mannara, che in città ormai ce ne sono pochi, perché di greggi e di cani pastori non se ne vedono più. Però rimangono i pastori di anime e se guardate bene, anche qualche cane di mannara d’anime. Questi ultimi sono devotissimi, fedeli come neanche un cane sa essere. Ci stiamo avvicinando ai cani di razza, quelli col pedigree, quelli che si sa a chi appertengono, di chi sono figli e da dove vengono. Che come sono controllati i cani di razza, neanche i carabinieri prima di arruolarsi. La cosa strana è che sono molti i cani di bancata che si spacciano per cani di razza. A sentirsi importanti si gode alle volte, e si dimentica che se non ci fosse quel padrone - senza guinzaglio, per carità! - che butta l’osso, finirebbe la pacchia.



A fermarsi a guardare i cani di Palermo a volte ci si sente a teatro. A guardare certi umani ci si sente in un canile. Dove a volte si è accalappiati per una distrazione, una “cosa da niente”. Si comincia col dire grazie e si finisce col leccare i piedi. Nel canile senza recinto, chi si avvicina di più alla carogna natalizia, alla grande dispensatrice di doni e favori, è gerarchicamente superiore. E si mangia, si litiga, si ride, si mangia, si interroga, si risponde, si mangia, si mangia, non si vomita mai. Uno spettacolo famelico quello messo in scena da Emma Dante. Chissà come si chiamerebbe nella lingua dei cani tutto questo cibo.

Quanti bau bau ci vorranno per tradurre la parola “termovaloirizzatore”. Oppure vogliamo abbaiare di sanità o di Ponte sullo stretto? I meccanismi della partecipazione alla “megghio società”, dell’inclusione forzata sono un osso duro anche per lo spettatore. Ci si interroga quanto quell’abbaiare non sia anche parte del nostro linguaggio, del nostro trasformismo, della nostra capacità di essere bestialmente mafiosi. Bisogna essere capaci di vomitare per accorgersi che ci sono bestie molto peggiori di noi. Bestie che non sanno piangere, che vedono il loro cervello attraverso uno specchio deformante che lo ingigantisce, che nel momento in cui si compiacciono della loro capacità di tessere trame, non si accorgono di quanto in raltà sono intessuti di letame.

Uomini potenti, politici, uomini d’affari, illusionisti che hanno un nome e cognome, che danno lavoro a tanti per assicurarsi che a chiederlo ce ne siano tanti di più. L’ottimismo è la truffa della vita. Il lieto fine lo vorremmo tutti. Eppure c’è poco da stare tranquilli vicino la “bancata”. Sopra all’Italia, se c’è chi ci mangia, non è azzardato pensare che c’è anche chi ci sputa. E magari prima ci sputa e poi ci mangia, come se quest’Italia rovesciata dovesse sempre avere la forza di ricominciare, come un cane che si morde la coda. I cani di bancata esistono, non sono un racconto di fantasia, e neanche una mutazione genetica. I “cani di bancata”, quelli del teatro stavolta, non aiutano a riposare. Convincono perché non vogliono convincere nessuno. L’amarezza si mescola alla bellezza di sentirsi più bastardi e sciolti, di non sentirsi costretti a tenere la coda in mezzo alle gambe.

In collaorazione con Pizzino




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