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Luglio '43: gli americani ci vengono a liberare, ma da chi?

Nino racconta «Non sono io quello nella foto di Robert Capa a Monreale, ma sono sicuro che lui, come me, si è ricordato di quel momento per tutta la vita»

  • 31 luglio 2017

"Benvenuto alle truppe alleate a Monreale" di Robert Capa

Mentre la Sicilia cade nelle mani degli angloamericani Giovanni non è contento. È sfollato a Sambuca di Sicilia e quando li vede arrivare al paese non sopporta questi distributori di caramelle.

Lui è cresciuto fiero di essere balilla e non capisce tutti questi “cornuti”, “traditori” che accolgono il nemico battendo le mani. È cresciuto con l’amore della patria, con la grandezza dell’Italia fascista. Da piccolino era balilla e poi avanguardista: ha fatto le sfilate premilitari al foro italico di Palermo e nella grandezza dell’Italia lui ci credeva.

Poi c’è Margherita: ancora oggi, dopo 74 anni, ha «Difficoltà con gli americani -dice - mi hanno distrutto la casa e ammazzato la zia e i cugini».

I liberatori, prima di mettere piede sulla Sicilia, hanno bombardato a strafottere per ridurre a zero le forze militari, produttive e psicologiche dell’Isola. Si conta che Palermo è stata distrutta al 42%, quasi mezza città in macerie.

Il 22 luglio del ’43 però, gli americani sono qua. Sono a Palermo.

I "Liberatori" ci i vengono a liberare, ma da chi? Non siamo occupati come il Nord-Italia dopo l'8 settembre, qua al potere siamo noi con i nostri amici, i tedeschi. Da chi ci hanno liberato? Chiunque metta fine ai bombardamenti diventa l’eroe del momento, anche se era lui qualche giorno prima a scaricare la sua razione di bombe.

C’è la fame, c’è la morte. Non si ha più molto tempo per pensare alla politica di fronte alla sopravvivenza. La situazione è insopportabile, addirittura anche Edda Mussolini (crocerossina a Palermo) scrive al padre della situazione.

«A parte i morti ci sono i feriti e tutti quelli che hanno perso assolutamente tutto. Vivono lungo i margini della strada o dentro le grotte, sotto le rocce, e muoiono di fame e di freddo. […] Per fartela breve, questa gente non ha la pasta dal mese di marzo o d’aprile. Mai l’assegnazione è arrivata a tempo, perché? Qui i civili si sentono abbandonati e lo dicono».

Conclude così la sua lettera. «Qui, il problema è gravissimo e può da un momento all’altro diventare catastrofico anche politicamente. Ti abbraccio, Edda».

Quando questi liberatori sono in città, è una grande festa, portano novità: caramelle, sigarette, cioccolatini, musica. Poi sono "beddi sti ‘mericani", giovani freschi e sorridenti.

Si festeggia in ogni angolo di strada il loro arrivo. Quale bambino non lo ricorda? Nino racconta che «Io ero su Corso Vittorio. Eravamo tutti contenti e uno mi ha fatto salire sulle sue spalle e poi sulla Jeep. Per me è stata la giostra più bella del mondo. Non sono io il ragazzino della foto presa da Robert Capa a Monreale, ma sono sicuro che lui, come me, si è ricordato tutta la sua vita di quel momento con gli occhi gonfi di lacrime di gioia».

«Poi - continua - quel cioccolato aveva un sapore che tutt’oggi ho l’impressione di ricordarmi, aveva un gusto di festa… Che festa! In seguito, stavamo con loro giornate intere a osservarli, avevamo i nostri soldati amici che ogni tanto ci regalavano qualche Am-lire, le lire-americane. Mi ero creato una piccola fonte di reddito accompagnandoli dove potevano divertirsi...».

Dopo il 22 luglio ’43 anche se la guerra non è finita si intravede finalmente un po' di luce. I bombardamenti stanno finendo, l’ultimo sarà il 23 agosto.

A nord invece, la guerra continua, la situazione si complica sempre di più e ancora si aspettano i padri, i fratelli e i mariti che sono dall’altro lato del fronte.

Intanto a Palermo, noi siamo stati "liberati".

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