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Catania e la leggenda dello spietato killer del '600: il giovane rampollo dal cuore infranto

Si crede che la vicenda ebbe inizio quando il vescovo Marco Antonio Gussio accolse la sua famiglia nel proprio palazzo di residenza, ubicato nei pressi dell’odierno Castello Ursino

Livio Grasso
Archeologo
  • 16 febbraio 2022

Piazza Federico II di Svevia, ipotetico luogo della vicenda del killer catanese

Non tutti conoscono la storia-leggenda del giovane Antonio Gussio, un killer spietato del ‘600 che si aggirava nelle strade catanesi. Secondo alcune voci, sembra che tutto sia stato cagionato da un amore non corrisposto. Ad ogni modo, si crede che la vicenda ebbe inizio quando il vescovo Marco Antonio Gussio accolse la sua famiglia nel proprio palazzo di residenza, ubicato nei pressi dell’odierno Castello Ursino.

Fu così che diede ospitalità al fratello Leandro Gussio, alla moglie Antonia Serra e all’amabile figlia di sette anni nata da un precedente matrimonio. Sappiamo, tuttavia, che il prelato diede alloggio ad altri due nipoti, figli del secondo fratello. Si trattava dell’allora sedicenne abate Giuseppe Gussio e di Antonio, appena diciassettenne.

Proprio quest’ultimo, a quanto pare, si innamorò perdutamente della zia Antonia; a distanza di pochi giorni, infatti, non riuscendo a dissimulare l’ardente sentimento che nutriva dentro se stesso, le dichiarò apertamente il suo amore. La donna, di sani principi e valori, rimase parecchio scossa dalle parole del ragazzino. Dunque, del tutto scombussolata, lo ripudiò malamente e iniziò a serbare una grande avversione nei suoi riguardi. Il netto rifiuto di Antonia mandò in frantumi il cuore del giovinetto; costui, difatti, sperava di poterne catturare l’interesse seducendola con dolci e svenevoli romanticherie.
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A partire da quel momento, nel suo animo scoppiò una bufera di rabbia e collera che lo portarono a odiarla con la più veemente intensità; aveva davvero smarrito il senno, covando solamente odio e desiderio di vendetta. A tal proposito, si tramanda che la ferocia di Antonio raggiunse l’apice nella notte del 16 luglio 1653.

Quella sera, lo zio, essendo impegnato in altre faccende, non era in casa. Perciò, l’adolescente si recò furtivamente in cucina per prendere un coltello. Subito dopo, camminando in punta di piedi, entrò nella camera dove dormivano sia Leandro che la consorte. Posto di fronte a loro, si avvicinò al marito e senza alcun indugio gli recise la gola con la lama. Il povero uomo, lacerato dal dolore, emise dei piccoli lamenti che svegliarono di soprassalto Antonia. Quest’ultima, non appena vide le coperte inzuppate di sangue, urlò a squarciagola e scappò via come un lampo dal balcone.

Il gran rumore nella stanza insospettì due serve del palazzo; entrambe, sentendo un gran caos, irruppero lì dentro e scovarono l’assassino con l’arma tra le mani. Malgrado avessero cercato di chiamare aiuto, l’omicida glielo impedì uccidendole a suon di fendenti. Dopo averle freddate andò alla ricerca di Antonia e, in poco tempo, riuscì a trovarla. A nulla servirono le innumerevoli implorazioni e suppliche: divorato da un’indomita ira, tolse la vita pure a lei.

Presto la notizia arrivò alle orecchie di tutti i cittadini, gettandoli nel più acuto panico e sconforto. Frattanto, si aprirono le indagini per arrestare il colpevole; molteplici furono le confessioni di coloro i quali avevano sentito le strida. In ogni caso, ben presto emersero altri indizi che permisero di risalire all’artefice dei delitti: una camicia macchiata di sangue, due fazzoletti e un coltello insanguinato ritrovati nel bagno della dimora.

A rafforzare le certezze, però, fu un piccolo taglio nella mano di Antonio. Nel frattempo il vescovo era rientrato a Catania e, benché addolorato per quanto accaduto, si rifiutò di credere che il criminale fosse suo nipote; temendo che lo potessero arrestare, il 21 di quel mese noleggiò una barca e gli disse di spingersi oltre il Simeto.

Perciò, seguì le indicazioni dello zio e cavalcò rapidamente con il capo coperto verso il fiume; ma, nel momento in cui salì sulla barchetta, venne avvistato dai fantini del palazzo che si erano spinti fin laggiù per catturarlo. Essendo stato scoperto, si tuffò in acqua e nuotò in direzione dell’altra sponda ove lo attendevano dei complici marinai per aiutarlo a fuggire.

In ogni caso, prima di giungere da loro fu acciuffato dagli inseguitori e ricondotto di peso al palazzo. Il giorno successivo subì un processo e, in conformità della sentenza emanata, il 14 Ottobre 1653 fu condannato pubblicamente per impiccagione nell’odierna Piazza dell’Università.
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