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Il Castello Ursino e i suoi misteri: l'icona indelebile di Catania tra storia e racconti popolari

Originariamente era collocato su un promontorio che si affacciava sul mare, ma, dopo la devastante colata del 1669, l’edificio perse l’originaria vocazione militare

Livio Grasso
Archeologo
  • 29 luglio 2021

Il Castello Ursino di Catania

Nell’odierna piazza Federico II di Svevia si erge il poderoso Castello Ursino, icona indelebile del popolo catanese ed anche luogo straordinariamente ricco di simboli e aneddoti che rivelano avvincenti segreti sulla storia di questo antico “maniero”.

Costruito, per volere dell’imperatore Federico II di Svevia, dall’illustre architetto Riccardo da Lentini, fu uno dei diversi castelli che vennero edificati per realizzare un'efficiente copertura difensiva sul versante della Sicilia orientale. Le fonti documentali riferiscono che, il cosiddetto “Castrum Sinus”, divenne una vera e propria struttura urbana a presidio della città.

Originariamente era collocato su un promontorio che si affacciava sul mare, ma, dopo la devastante colata del 1669, l’edificio perse l’originaria vocazione militare. L’ambizioso progetto edilizio del re svevo non era altro che uno strategico espediente per affermare la propria supremazia politica sul popolo catanese, inducendolo a desistere da ogni forma di ribellione o insurrezione.



L’intero complesso monumentale, fanno notare gli studiosi, sfoggia gli stilemi architettonici di tutte le altre opere di costruzione federiciane, prediligendo un’impostazione rigorosamente geometrica che richiama alle antiche architetture arabe, in particolare delle dinastie califfali. Di derivazione arabeggiante è proprio l’impianto planimetrico di forma quadrata, scandito in quattro corpi di fabbrica regolari che circondano il cortile centrale.

Il legame di Federico II con l’antica edilizia araba risente della profonda passione che lui stesso nutriva verso la fisica, l’astronomia e la matematica, considerate a quel periodo come l’unico metodo per entrare in perfetta sintonia con l’universo. Il sapere scientifico si configurava, dunque, come un potente strumento conoscitivo per imitare la perfezione di Dio sulla terra, spingendo re Federico a ricercare la massima perfezione formale in ogni monumento difensivo che intendeva erigere. Il quadrato, nella simbologia, allude alla terra e al dominio sulla manifestazione terrena e fisica.

Le torri, molte delle quali risultano ancora oggi visibili, sono di forma cilindrica e, secondo alcuni esperti di esoterismo, simboleggerebbero il lento cammino dell’uomo nella sua ascesa verso la somma potenza. Carmine Rapisarda - guida turistica - spiega che «Federico II viene ricordato come uomo particolarmente dotto ed erudito».

«Amante sfrenato della cultura - prosegue il professore - il re si è circondato dei migliori intellettuali dell’epoca e, Riccardo da Lentini, fu uno dei suoi beniamini. Il prospetto del castello è corredato di diversi simboli che sono diretta espressione della tradizione ebraica».

Matteo Gaudioso, storico e scrittore vissuto a cavallo tra il XIX e XX secolo, pensava che la fortezza fosse stata, appunto, pianificata e portata a compimento da maestranze ebraiche.

La stella a cinque punte, tuttora visibile sulla parte sopraelevata di una delle finestre, potrebbe essere una chiara allusione all’immaginario ebraico che ricorda molto il pentagramma presente in un fregio della sinagoga di Cafarnao , a sua volta rinomata per la miracolosa guarigione di un uomo operata da Gesù.

La facciata ospita pure un’ incisione muraria che raffigura il candelabro a sette bracci, conosciuto anche come “menorah”. Il numero sette fa riferimento al ciclo dell’esistenza umana legato alle fasi lunari, scandendo la vita di ogni essere vivente in nascita, sviluppo e progressivo declino che conduce alla morte.

Altro elemento decorativo è l’aquila che artiglia la lepre, emblema del trionfo di Federico sui ribelli e, al contempo, dell’egemonia politica sul popolo catanese costretto a riconoscerne l’autorità.

Sappiamo che il castello, dal sedicesimo secolo fino al 1838, divenne luogo di detenzione per i prigionieri, confinati in celle buie infestate da topi, insetti e tarantole. Sono visibili dentro le varie prigioni alcuni graffiti che riproducono navi, cannoni e mura merlate, illustrando tutto ciò che i reclusi riuscivano a vedere del mondo esterno.

Circolano voci, inoltre, su occulti fenomeni che si verificano nel castello durante le ore notturne. I custodi parlano di porte che si chiudono all’improvviso, strani rumori, bisbigli, urla di bambini ed inquietanti figure che prendono forma nell’ombra.

Racconti che lascerebbero pensare a delle vere e proprie invenzioni di pura fantasia o ad offuscate percezioni della realtà, sebbene, fino ai giorni nostri, non siano in pochi a credere su quanto riportato da queste sorprendenti testimonianze, cariche di mistero ed enigmi tuttora scientificamente inspiegabili.
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