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Che significa in siciliano "fare i filini": una storia (da leggere) tutta d'un fiato

Sono tanti e diversi i significati di questo detto siculo. L'articolo ripercorre letteralmente in un unico filo il racconto di questo modo di dire. E occhio alla punteggiatura

Gianluca Tantillo
Appassionato di etnografia e storia
  • 28 febbraio 2026

Il punto è che quando si parla di questo argomento che ci apprestiamo a trattare, nientepopodimeno che i “filini”, non vi è un punto vero e proprio d’affrontare, o forse il punto è che non c’è n’è solo uno, di punti, quindi, seguendo questo filone, anzi, in questo caso questo filino, manca proprio il punto vero e proprio del punto in questione, che poi, giustamente, uno si chiede: “ma quale è il punto? i filini? ma quali filini?”;

pertanto ritengo sia giusto esplicare di questo concetto togliendo dal discorso il “punto”, questa volta inteso come punteggiatura, poiché se il discorso deve filare non può farlo -specie in questo caso- se il senso viene interrotto da un punto che ha come ruolo intrinseco quello spezzare il dicorso come il ritmo; diversamente, elucideremo sui diversi modi di fare filini, finora conosciuti, attraverso il seguente elenco:

◦ Dicesi “fare filini”, cucinare il formato tipico di pasta alimentare costituito da sottilissimi fili di impasto, del tutto simile ai capelli d’angelo ma spezzettata, nel dialetto regionale anche “pizziata”, generalmente destinato alla cottura in brodo e caratterizzato da rapidità di preparazione, consistenza morbida e facile masticabilità, per tale ragione frequentemente impiegato nell’alimentazione dei bambini, dei convalescenti o in preparazioni leggere della tradizione domestica, nonché comunemente somministrato, nella pratica familiare e popolare, quale alimento blando in presenza di disturbi gastrointestinali, quali mal di pancia, nausea o stati di lieve intossicazione alimentare, in quanto ritenuto di agevole digestione e capace di fornire nutrimento senza gravare sull’apparato digerente-

◦Dicesi, anche, “fare Filini” imitare il personaggio comico della saga cinematografica di Fantozzi, interpretato da Giorgio Reder, noto per essere il collega diligente, pignolo e ossessivamente rispettoso delle regole, spesso eccessivamente entusiasta nell’organizzazione di attività, riunioni o gite aziendali;

caratterizzato da goffaggine, rigidità e zelo esasperato, che lo portano a situazioni tragicomiche e a volte ridicole, generando imbarazzo e ilarità attorno a sé; e il suo comportamento apparentemente innocuo e prevedibile, ma al contempo stressante per chi gli sta vicino, renda il personaggio un simbolo di comicità surreale, così come metaforicamente, la sua presenza può essere “consumata” quale piccolo sollievo umoristico contro la pesantezza della vita quotidiana, similmente all’uso dei filini di pasta come alimento leggero e digeribile nei disturbi gastrici ed esofagei, le cui battute vengono spesso citate dalla gente comune nella vita quotidiana, quali, per esempio, “Batti? - Fantozzi: Ma, mi dà del tu? - Filini: No, no! Dicevo: batti lei? - Fantozzi: Ah, congiuntivo! - Filini: Sì! ◦Dicesi, “fare i filini”, nel parlato siciliano, modo di dire metaforico che indica la condizione di colui che attende con pazienza o eccessiva dilazione una risposta, un favore o una situazione incerta, fino a consumare il tempo in attesa, così che, per scherzosa analogia, finisca per “fare i filini”, ovvero produrre ragnatele come le case chiuse lasciate a lungo vuote;

dicesi altresì che tale espressione rappresenti una visione ironica della lentezza, della procrastinazione e della inerzia che accompagnano il vivere quotidiano nelle situazioni di attesa, sottolineando come la passività, se protratta, generi accumulo di tempo e di inutilità apparente, e che il termine “filini” in questo contesto divenga simbolo di immobilità produttiva, di sospensione narrativa tra desiderio e realizzazione, evocando con efficacia l’immagine di qualcosa di leggero, sottile e inutile che cresce al posto dell’azione;

dicesi infine che il modo di dire, pur nella sua comicità, contenga una sottile critica sociale e psicologica, illustrando l’abitudine di chi si lascia trascinare dalla speranza senza intervenire, e il prezzo che si paga nel tempo perso e nell’inazione, trasformando l’attesa in filamenti che, se non rimossi, finiscono per intrecciarsi come ragnatele nel quotidiano, pertanto, contraendo: fare i filini → fare le ragnatele Nella speranza che lettore possa finalmente avere fatto chiarezza sui suoi legittimi dubbi nell’ambito dei filini vari ed eventuali e che le soprastanti spiegazioni filino senza però risultare troppo filanti, nel senso di labili, molli, inconsistenti, ci scusiamo per la scelta editoriale di aver ghigliottinato il discorso privandolo del punto, inteso sempre come punteggiatura, e rendendolo di fatto orfano di un ritmo scandito dalle pause, ma l’autore quest’oggi aveva molta fretta e di a fronte alla richiesta redazionale di riscrivere il pezzo con la dovuta punteggiatura ha lietamente declinato l’invito, rispondendo: “per me potete fare filini” PUNTO.
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