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Come Franca Viola ma 30 anni prima: Maria Rosa, la siciliana che denunciò il suo carnefice

Una diciassettenne di umile famiglia venne rapita una sera da un uomo, dentro la sua casa, sotto gli occhi di padre, madre e fratellini. Fu la prima donna in Italia a denunciare uno stupro

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 21 giugno 2022

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Maria Rosa Vitale

Ben nota è la storia rivoluzionaria di Franca Viola, la giovane e coraggiosa ragazza siciliana che sfidò la mentalità patriarcale ancora imperante nella Sicilia rurale degli anni ’60. Franca rifiutò - dopo il rapimento e la violenza subita - il matrimonio riparatore, diventando un simbolo dell’emancipazione delle donne italiane e della ribellione alla prevaricazione maschile. Il 26 dicembre 1965, la fanciulla che all’epoca aveva 17 anni, venne rapita da Filippo Melodia - uno spasimante respinto - con l’aiuto di dodici complici. I bruti entrarono in casa Viola, picchiarono la madre e portarono via Franca, che rimase segregata per otto giorni, alla mercè del rapitore, in un casolare di campagna: violentata, malmenata e lasciata a morir di fame.

Quando arrivò il capodanno, il padre di Franca venne contattato dai parenti di Melodia, per accordarsi sul matrimonio “riparatore” che avrebbe estinto il reato dello stupro; ma non andò così: i genitori di Franca si rivolsero alle forze dell’ordine e fecero finta di accettare il matrimonio solo per scoprire dove avessero recluso la figlia.



Franca fu liberata dai carabinieri all’alba del 2 gennaio del 1966 e Melodia e i suoi complici vennero arrestati. Secondo la morale del tempo una ragazza che non sposava il suo rapitore veniva considerata una poco di buono, una “donna svergognata”. Supportata dalla famiglia e soprattutto dal padre Bernardo, Franca decise però di non accettare le nozze riparatrici, anzi denunciò il suo rapitore e andò incontro a un processo. «Io non sono proprietà di nessuno», affermò Franca e a chi la accusava di essere ormai “disonorata” rispondeva: «L'onore lo perde chi le fa certe cose non chi le subisce». Il suo caso divenne ben presto di interesse nazionale, suscitando profondi dibattiti e soprattutto numerose polemiche.

Meno cosciuta è la storia di un’altra giovane siciliana, Maria Rosa Vitale, che quasi trent’anni prima del caso di Franca Viola, dimostrò una grande forza e temperamento, sfidando anche lei la morale ipocrita del tempo che condannava la vittima e non il carnefice, non piegandosi alla prepotenza e alla violenza maschile.

A Cinisi, Maria Rosa, una diciassettenne di umile famiglia, venne rapita una sera, dentro la sua casa, sotto gli occhi di padre, madre e fratellini da un uomo di 11 anni più grande che lavora nelle terre con suo padre, aiutato dai suoi fratelli. Esattamente come Bernardo Viola, il padre di Maria Rosa decise di sostenere la figlia e di denunciare il fatto, sfidando il paese, affrontando lo scandalo e l’onta della vergogna, pur di non vedere la vita dell’amata figlia legata per sempre a quella del suo aguzzino.

Maria Rosa terminò gli studi al liceo classico, si iscrisse all’Università ma a soli pochi esami dalla laurea in matematica, per motivi familiari fu costretta a interrompere gli studi perché venne a mancare il suo caro papà e Rosa, da figlia maggiore, si occupò di provvedere economicamente alla sua famiglia. Nel 1962 diventò segretaria nella scuola media di Cinisi. Partecipò inoltre attivamente alla vita della comunità: fu la prima consigliera comunale donna e poi anche assessore alla pubblica istruzione.

Fu protagonista di un altro atto rivoluzionario, legandosi a un uomo separato, ma non divorziato, il preside della sua scuola: negli anni ’60 il divorzio infatti ancora non esisteva in Italia. La coppia andò a vivere a Palermo e frutto di quell’amore maturo fu una figlioletta inaspettata: Vera, oggi archeologa e mamma di tre figli.

La storia di Maria Rosa Vitale, è una storia riemersa dall’oblio solo da qualche anno, grazie ai collaboratori della testata giornalistica di Alcamo ALPA 1. Vera, non ne sapeva nulla …

Un paio di anni fa, i ragazzi di ALPA 1 hanno bussato alla porta di Vera per fare un’intervista su Maria Rosa. Vera immaginava volessero parlare della prima assessora donna di Cinisi e invece le domande si erano focalizzate sulla prima donna che in Italia aveva denunciato uno stupro, non accettando il matrimonio riparatore.

L’archeologa credeva che i giornalisti si fossero sbagliati: le stavano forse chiedendo notizie di Franca Viola? No, no…si trattava proprio di sua madre, Maria Rosa Vitale. Il racconto dei giornalisti avevano trovato subito conferma anche nelle parole dello zio di Vera (il fratello della mamma) che aveva rivelato alla giovane donna tutta la verità: si era trattata di una vera tragedia, che tanto li aveva fatti soffrire, ma che tanto aveva inciso nella loro storia.

Erano tornate anche alla mente di Vera le parole che la sua coraggiosa mamma le ripeteva spesso: “devi credere in te stessa, figlia mia, nulla ti è impossibile ricordatelo, sarai spesso sola e dovrai ricordartelo soprattutto allora, di difenderti e di difendere quello in cui credi e vuoi diventare e fare”.

Alla vicenda di Maria Rosa e a quella di Franca si aggiunge anche quella una terza donna coraggiosa, Girolama Benenati, che a 23 anni, nel gennaio 1963, sempre ad Alcamo, denunciò l’uomo che l’aveva sequestrata e violentata, subendo lo stesso destino di ingiurie e offese delle altre due ragazze: svergognata, poco di buono, infame…così era stata messa alla pubblica gogna dai suoi paesani. Insieme al rapitore, condannato per questi reati a 5 anni e due mesi di reclusione, vennero denunciate in concorso al rapimento altre cinque persone. Girolama dopo il processo visse in silenzio e solitudine, senza mai sposarsi.

Il suo stupratore chiese alla donna che le concedesse il suo perdono, per avere uno sconto di pena ma lei, con ferma determinazione non glielo concesse mai.

Nonostante il cambiamento sia partito dal basso, dalle giovani donne siciliane, bisognerà tuttavia attendere l'agosto del 1981 per l’ approvazione della legge 442 che abrogherà barbare usanze quali il delitto d'onore e il matrimonio riparatore e addirittura il 1996, perché con l’abrogazione del Codice Rocco, risalente al periodo fascista, lo stupro venga ritenuto dalla legge reato contro la persona e non contro la moralità pubblica e il buon costume.
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