"Come il Dalai Lama salvò Palermo" dal calcio: un sogno a occhi lucidi (degli anni '90)
Nell'ultimo libro di Gianluca Tantillo un evento accaduto realmente finisce in un mondo surreale, dove il "Palermo dei picciotti" di Arcoleo è minacciato dal curling
Gianluca Tantillo col nuovo libro "Come il Dalai Lama salvò Palermo"
Già il titolo anticipa in parte quello che possiamo aspettarci. E tutto è più chiaro già dalla copertina: uno scatto di quando la massima guida spirituale del buddismo tibetano (e Premio Nobel per la Pace 1989) visitò Palermo insieme a Richard Gere, ricevuti da "u sinnaco" Leoluca Orlando. Che, spoiler, pare abbia già dato la sua benedizione al libro. «Ricordo in prima persona questo evento, quello che vide il soggiorno del Dalai Lama e di Richard Gere - spiega l'autore- perché ai tempi ci portarono con la scuola a vedere proprio la mostra fotografica dell’attore americano. Ricordo con molta simpatia che il Dalai Lama non se lo filò nessuno, mentre carovane di donne correvano dietro al bel Riccardo. Col senno di poi, sarebbe stato innaturale se fossero corse dietro al Dalai Lama».
Oltre tutto «ho avuto l’onore di consegnare il libro all’ex sindaco Orlando continua - che di quell’evento ne fu promotore, insieme al compianto e grande Ferruccio Barbera. Mi sono trovato di fronte a una persona gentile, curiosa, divertente. Ricordo di avergli fatto notare che il sottotitolo del libro “Noi palermitani siamo bellissimi, quasi tutti e quasi ogni giorno” fossero parole sue, pronunciate in quel lontano 1996 durante la conferenza stampa di Richard Gere. Non lo ricordava assolutamente. Poi cadde in una sorta di raccoglimento quasi buddista ,silenzioso. In realtà stava cercando le foto dell’epoca nel telefono. Credo di avergli aperto un cassetto dei ricordi».
Tra le pagine del libro emerge una satira quasi “wertmulleriana” che indaga le contraddizioni di una Palermo anni ‘90 dove il calcio era tutto o quasi: il "Palermo dei picciotti" di Ignazio Arcoleo. Il protagonista, Ruggero Torlonia, lavora all’ufficio anagrafe del Comune. Conduce una vita regolare: fidanzata, ufficio, amici, finché si convince senza possibilità di rimedio, che il calcio stia rovinando la città e che l'unica alternativa sia sostituirlo proprio con il Curling.
«In realtà non sono partito da un punto o una riflessione specifica - spiega Tantillo -. Credo piuttosto di non essermene mai andato. Non mi riferisco a una mia dipartita prematura, quanto al fatto di essere rimasto ancorato, forse ingabbiato, a quegli anni ’90 dove tutto - specie a Palermo- era più difficile ma paradossalmente sembrava più facile. Forse è solo un atteggiamento il nostro o magari un sogno a occhi lucidi».
Nel libro il Dalai Lama è una specie di "deus ex machina", un demiurgo che plasma la realtà e può modificarla a suo piacimento: ritenuto capace di estirpare dalla città l'incrollabile fede rosanero. Per quanto riguarda lo sport scelto per "sostituirla", II curling, «non c’è un perché - sottolinea -. Semplicemente perché giocare a curling a Palermo è totalmente assurdo. Tuttavia, ricordo ancora gente giocare a bocce in campetti improvvisati. Per dirla aristotelicamente, cambia la forma ma la sostanza». La domanda sorge spontanea ed è personale. Quanto c’è di Gianluca Tantillo in Ruggero Torlonia? Sei un tifoso di calcio? «Il protagonista del libro, Ruggero Torlonia, è assolutamente un personaggio dissociato e che vive in mondo tutto suo. Una sorta di Amelie un po’ meno francese. Per esistere, Ruggero, deve necessariamente odiare la comunità, il mainstream, il pensiero collettivo. Soprattuto odia il calcio. Per quanto mi riguarda, avrei preferito che papà mi lasciasse in eredità un attico in via Libertà o una villa a Cefalù, invece mi ha lasciato questo “dovere morale” di tifare».
E poi aggiunge: «La mia è una generazione cresciuta prevalentemente di fronte alla tv, quindi quando mi portava allo stadio non riuscivo ad accettare che non ci fosse il replay. Un giorno andai da nonna, che era del 1910, e le chiesi cosa ne pensasse del tifo. Mi rispose: "di tifo si moriva. Forte che partiva la febbre era la fine!" Forse aveva ragione lei».
Molti rivedono nel suo stile di scrittura uno Stefano Benni palermitano anche se lui confessa che non conosceva il lavoro dell'autore, recentemente scomparso. «Ammetto la mia assoluta ignoranza: non avevo mai letto un libro di Benni. Il paragone può fare piacere, ma mette anche un po’ disagio. È come un giornalista che andava da Franco Brienza e gli diceva che nelle movenze ricordava George Best. Cioè, il complimento fa piacere, ma quello era il migliore, era proprio "Best"».
Un libro scorrevole e divertente, non del tutto surreale, ancorato, a tratti, a fatti realmente accaduti e a costumi e abitudini panormite che conosciamo bene. Un lavoro pieno di citazioni e con diversi livelli di lettura, che coinvolgono dall’intellettuale all’appassionato di sport. Anche se alla fine «Beh, forse l’ho scritto per me, per dare forma a qualcosa di non totalmente identificato rimasta irrisolta in quella “mia” Palermo degli anni ’90; però questa è una risposta egoriferita. Se dovessi dare una risposta eteroriferita su due piedi, ti direi che l’ho scritto contro quelli che non credono alla teoria fisiognomica di Cesare Lombroso. Oggi e sempre sia lodato!». Ci dà una risposta "alla Ruggero" e quindi proprio perché attribuita al protagonista del libro «non si spiega», precisa l'autore.
Ma anche con tutte le sue contraddizioni, la bellezza sporcata dai rifiuti e dall'inciviltà di alcuni, dagli ecomostri accanto ai gioielli Unesco, dal malaffare e i sacrifici in nome della legalità «Certi amori non finiscono - conclude Tantillo - fanno dei giri immensi e poi ritornano. Abbiamo sempre avuto questa capacità di cambiare rimanendo sempre gli stessi. Nei pregi, ancor di più nei difetti. Per dirla alla Orlando: “Noi palermitani siamo bellissimi, quasi tutti e quasi ogni giorno"». E se volete scoprire "Come il Dalai Lama salvò Palermo" non vi resta che leggere il libro.
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