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Come per l'arancina e l'arancino: il dialetto siciliano non è soltanto uno come si crede

Il dialetto che comunemente utilizziamo nelle nostre quotidiane chiacchierate svela segreti affascinanti che ci fanno comprendere come le lingue siano entità vive

  • 28 aprile 2020

L'asso di mazze delle carte siciliane (foto Balarm)

Mi sono recentemente imbattuto in un articolo sul nostro dialetto, pubblicato qui su Balarm.it. Ho dunque sentito l’esigenza di tornare su alcuni punti affrontati in quel pezzo, con lo scopo di approfondirli. Il rapporto con la lingua – insieme alle curiosità che certi argomenti portano con sé – è di grande presa in tutti e tutte noi. La lingua, per altro, è uno degli aspetti della nostra identità, anche di siciliani e siciliane.

Una premessa è necessaria: il nostro contesto ci permette di attingere da un vasto repertorio linguistico, per cui ogni parlante si rifarà sia alla lingua nazionale, cioè l’italiano – che contrariamente a quanto riporta il titolo del pezzo è ampiamente parlato anche nella nostra isola – sia alle varietà presenti nel nostro territorio.

Non esiste, infatti, un solo tipo di italiano: ne abbiamo almeno quattro. L’italiano delle grammatiche e dei libri, lo standard. L’italiano dell’uso, detto neo-standard. Quello che si parla in ogni singola regione e che a volte confondiamo con il dialetto, quando invece bisognerebbe parlare di italiani regionali. Ed infine la lingua delle persone meno colte, o italiano popolare. Un parlante abile riesce a dominare queste quattro varietà, sapendo quando osservare o quando trasgredire la regola.



Ne è un esempio la lingua dei social network. Se da una parte assistiamo ad orrendi strafalcioni, dall’altra abbiamo un gioco linguistico che evidenzia proprio la competenza di chi lo mette in campo: esiti quali “hai stata citata” – per dire a qualcuno che è finito in una catena – rappresentano, forse, i casi più evocativi. E sarebbe interessare capire quanto l’influenza dialettale incida in fatti come questo. Sempre sui social, possiamo leggere perzone (sì, con la –z–) per influsso del romanesco. La casistica è lunga, e non vorrei allontanarmi dal nostro punto di partenza.

Una cosa su cui occorre soffermarsi, a mio giudizio, prima di procedere è proprio la presunta differenza tra lingua e dialetto. Argomento scivoloso e per nulla pacifico. Perché – e parlo da ex studente e studioso di Dialettologia – in termini pratici essa non esiste. Come fa rilevare giustamente l’autore dell’articolo citato, i dialetti italiani derivano dal latino. Esattamente come il toscano. Un dialetto – ma prima si chiamava volgare – che a un certo punto ha fatto fortuna. Ed è da quel momento che si crea la differenza tra lingua, letteraria prima e nazionale poi, e parlate regionali. Ma sono tutte lingue.

Vale anche per la Sicilia: dal latino volgare si ramificano una serie di idiomi locali. Contrariamente ad altri luoghi, nella nostra isola non si crea tuttavia una variante comune – uso un termine tecnico: koiné – ma singoli dialetti. Ruffino nel suo pregevole libro Sicilia, della collana Profili linguistici delle regioni (Laterza), ci ricorda che abbiamo due grandi famiglie linguistiche: le parlate centro-orientali e quelle occidentali. Tale ricchezza è data da dominazioni precedenti (le cosiddette lingue di sostrato) a quella romana, che ha poi innestato il latino. E da dominazioni successive (le lingue di superstrato) che hanno portato parole nuove.

Un’ulteriore curiosità, riguardo il latino, è che non si è subito imposto nell’isola. Dove, invece, si è parlato il greco per molti secoli ancora dopo la conquista romana. E, dunque, anche l’eredità greca – per non parlare della gloriosa parentesi araba – ha giocato un ruolo essenziale nella nascita dei nostri dialetti. Sì, al plurale. Perché se volessimo tornare al titolo, bisognerebbe precisare quanto segue: il siciliano, di fatto, non esiste.

Concludo, infine, ricordando che tutte queste varietà – regionali e nazionale – hanno, agli occhi di chi le studia, lo stesso valore culturale. La stessa dignità d’esistenza. Non è l’opposizione con l’italiano a farne, a seconda dei punti di vista, realtà più o meno degne. Dovremmo vivere i nostri dialetti come sintesi di una serie di varianti. Come una pietanza, dove l’inserto di un certo termine è ingrediente che ne esalta il sapore. O dove un fenomeno grammaticale – come il futuro perifrastico siciliano, che in verità esiste, (contrariamente al futuro sintetico tipico dell’italiano usiamo più parole, come gli avverbi, per costruirlo) – è assimilabile ad un metodo di preparazione.

Di certo, abbiamo uno strumento vivissimo, espressivo e funzionale alla comunicazione quotidiana. Ed è ciò che conta, perché è quello il dominio che ci fa comprendere quando una lingua è viva. E quanto sia viva. E i dialetti siciliani, per fortuna, lo sono.

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