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Cura il diabete e pure a Palermo lo vogliono per dimagrire: "Ozempic resta un farmaco"

Prima di diventare una moda, Ozempic era e resta un farmaco: l'intervista ai medici Alfredo Caputo, Michela Conti e Leonardo Gambino di Villa Sofia

Claudia Rizzo
Giornalista e TV producer
  • 18 maggio 2026

Ozempic

La domanda, negli ambulatori, arriva spesso così. Diretta, quasi ingenua. «Dottore, me lo può prescrivere?». Non sempre chi la fa ha il diabete o ha una diagnosi di obesità, e non sempre rientra nei criteri clinici per una terapia farmacologica. A volte vuole solo dimagrire, magari perdendo quei chili in più che sembrano troppi da affrontare con mesi di dieta, attività fisica e cambiamento delle abitudini. A volte arriva già convinto, perché lo ha letto sui social, lo ha sentito nominare da una star, lo ha visto associato a trasformazioni fisiche rapide, spettacolari e desiderabili.

Il nome è Ozempic. O meglio: è il nome che ormai molti usano per indicare tutto, anche quando non si parla davvero di Ozempic. Un marchio diventato parola comune, una specie di sinonimo della “puntura per dimagrire”.

È da questo equivoco che parte il fenomeno, e da questo equivoco provano a rimettere ordine il dottore Alfredo Caputo, direttore dell’U.O.S.D. Endocrinologia adulti e ad indirizzo oncologico di Villa Sofia, la dottoressa Michela Conti, responsabile dell’ambulatorio di diabetologia, e il dottor Leonardo Gambino, responsabile dell’ambulatorio per i disturbi del comportamento alimentare.

Perché prima di diventare una moda, Ozempic era - ed è ancora - un farmaco: «Nasce per il trattamento del diabete - spiega Caputo -. Poi si è visto che aveva un’efficacia reale anche sulla perdita di peso corporeo e da lì è cominciato l’utilizzo anche nei soggetti non diabetici, ma per il trattamento dell’obesità o del sovrappeso con determinate condizioni cliniche. Ecco perché il boom di richieste».

Ozempic è un medicinale a base di semaglutide. Per capire come funziona bisogna partire dal GLP-1, un ormone che il nostro intestino produce naturalmente quando mangiamo per aiutare a regolare la glicemia, stimolare la produzione di insulina e inviare al cervello un segnale di sazietà.

Nelle persone con diabete di tipo 2, questo equilibrio non funziona come dovrebbe ed è per questo che sono stati sviluppati farmaci capaci di imitare l’azione del GLP-1. La semaglutide fa proprio questo: “mima” quell’ormone e permette di controllare meglio la glicemia con una somministrazione settimanale, riducendo l’appetito e rallentando lo svuotamento dello stomaco.

Ed è proprio qui che il farmaco incrocia il peso. Non perché “sciolga” il grasso o perché cancelli i chili per magia, ma perché modifica il rapporto con la fame. Caputo lo spiega in modo diretto: «Agisce sui centri della fame e della sazietà e anche sul tubo gastroenterico, soprattutto rallentando la motilità gastrica. Lo stomaco si svuota con più difficoltà e quindi il senso di pienezza arriva anche con piccole quantità di cibo».

Ma non solo. Perché «lo stesso meccanismo che aiuta a mangiare meno è anche quello che può provocare effetti collaterali, come nausea e vomito», aggiunge la dottoressa Conti.

Quello che sui social appare come una promessa semplice - mangio meno, dimagrisco prima - nella realtà è, quindi, un intervento farmacologico su meccanismi delicati: fame, sazietà, stomaco, glicemia, metabolismo. Non una scorciatoia neutra e neanche un trucco.

Il salto dagli ambulatori ai social passa dai nomi delle celebrità. Elon Musk, nel 2024, si è definito ironicamente “Ozempic Santa” in una foto natalizia, precisando poi di assumere Mounjaro. Sharon Osbourne ha raccontato di averlo usato, spiegando poi di essersi spinta oltre quanto avrebbe voluto e di avere sofferto nausea. Amy Schumer ha invece dichiarato di averlo provato, ma di averlo sospeso per effetti collaterali importanti.

Il problema è che nel passaggio ai social le sfumature si perdono e restano i corpi che cambiano, le foto prima e dopo, le frasi tagliate, l’idea che esista una puntura capace di fare in poche settimane quello che dieta e movimento richiedono mesi per costruire.

Così Ozempic è diventato anche un sospetto. Davanti a un dimagrimento visibile, la domanda compare ormai quasi automaticamente: «Ozempic?». È successo anche a Emma Marrone, che ha risposto pubblicamente a chi insinuava l’uso del farmaco sotto una sua foto, rivendicando allenamento e piano alimentare.

Il punto, però, non è Emma Marrone: è la domanda che le hanno rivolto, il fatto che il nome di un farmaco sia diventato così famoso da trasformarsi in un’etichetta “pop” appiccicata ai corpi degli altri. Ed è qui che il fenomeno smette di essere solo medico e diventa culturale.

«Il problema principale nasce perché questi farmaci, rivoluzionari rispetto alle terapie precedenti, sono stati divulgati da alcuni personaggi famosi nella maniera più sbagliata - osserva Gambino -. Così c’è stato un periodo di corsa all’acquisto, togliendo la possibilità ai diabetici di avere la terapia che serviva. E ancora oggi questa mentalità non è passata».

La richiesta, però, si scontra con la medicina: non basta voler dimagrire, bisogna rientrare in criteri clinici precisi che non sono stabiliti a caso. «Si parla di obesità, cioè di un indice di massa corporea pari o superiore a 30, oppure di sovrappeso ma con altre patologie associate, come prediabete, ipertensione, dislipidemia, apnee ostruttive del sonno o problemi cardiovascolari», spiegano Caputo e Conti.

Ed è una distinzione importante, soprattutto oggi che anche in Italia l’obesità è stata riconosciuta per legge come una malattia progressiva e recidivante. Non una questione di taglia, quindi, ma di salute pubblica. Anche in Sicilia i numeri lo confermano: quasi un adulto su due è in eccesso ponderale e, tra i bambini, più di uno su tre presenta già sovrappeso o obesità.

Un problema reale che non può essere ridotto alla ricerca di una puntura per dimagrire in fretta. Se viene prescritto fuori da quelle indicazioni, si entra nel campo dell’uso off label: il farmaco viene cioè utilizzato per una condizione diversa da quella per cui è stato autorizzato. Può accadere in medicina, non è illegale, ma non è un “liberi tutti”: serve una valutazione clinica, il paziente deve essere informato e il medico si assume la responsabilità della prescrizione.

«Se una persona vuole perdere chili e non vuole sottoporsi a mesi di alimentazione controllata e attività fisica, ma vuole ottenere subito il risultato con il farmaco, in quel caso la terapia non rientra nei criteri di prescrivibilità a carico del Servizio sanitario. Resta a carico del paziente e il prezzo può arrivare a diverse centinaia di euro al mese», spiegano gli specialisti.

Il problema si complica quando non c’è nemmeno una prescrizione, ma l’autoprescrizione: il prodotto cercato online, comprato attraverso canali non sicuri, usato senza sapere davvero cosa si sta assumendo, con quale dosaggio, per quanto tempo e con quali controindicazioni.

I rischi non sono astratti. I più frequenti riguardano l’apparato gastrointestinale - nausea, vomito, diarrea, stitichezza, dolori addominali - ma nei casi più seri possono comparire anche complicanze come la pancreatite. E poi ci sono anche condizioni che vanno valutate prima: «Se una persona, per esempio, ha calcoli alla colecisti e non lo sa, assumendo il farmaco senza indicazioni può peggiorare la propria situazione», avvertono i medici.

Anche continuare a mangiare come prima può essere pericoloso. «Con cibi grassi, fritti o molto pesanti, la nausea può aumentare e il vomito può diventare importante - spiegano -. A quel punto l’effetto collaterale può portare alla sospensione della terapia».
Ed è qui che l’illusione della puntura facile si incrina.

Perché il farmaco può aiutare, ma non corregge da solo le abitudini alimentari, non cancella la sedentarietà, non risolve il rapporto con il cibo e con il corpo. «Non è una bacchetta magica - ribadisce Caputo -. Può servire se la persona è dentro un percorso corretto: dieta, attività fisica, controllo medico. Ma non è immaginabile pensare di prenderlo senza cambiare nulla».

Anche perché il nodo non è soltanto perdere peso, ma cosa succede dopo. Se il farmaco viene sospeso e intanto non è cambiato nulla nello stile di vita, si riprendono i chili persi. Ed è proprio questo, osserva Gambino, uno degli equivoci più pericolosi: pensare al dimagrimento come a un risultato rapido, e non come a una presa in carico che riguarda abitudini, salute metabolica, comportamento alimentare e continuità nel tempo.

Alla fine, il caso Ozempic racconta qualcosa che va oltre il farmaco. Racconta una società che chiede alla medicina risposte sempre più rapide, anche quando il problema è complesso; che trasforma la cura in desiderio, la diagnosi in passaparola, il corpo in terreno di confronto pubblico. Ma un farmaco, prezioso per i pazienti giusti e dentro percorsi medici seri, non diventa innocuo solo perché diventa famoso. E non diventa adatto a tutti solo perché tutti ne parlano.
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