CURIOSITÁ

HomeMagazineCultura

Da Sette Fate a porta Sant'Agata: le Torri d'Acqua dei primi del Novecento a Palermo

Le acque delle sorgenti venivano inglobate in tubi d’argilla e percorrevano il loro tragitto con il sistema di castelletti che alcuni ritengono di origine araba, altri romana

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 1 aprile 2019

Una torre dell'acqua di Palermo

Qualche volta, camminando per le vie della città, notiamo delle torri antiche. Non è raro che qualche giovane chieda cosa fossero. Comunemente erano denominate Torri d’Acqua.

L’agro palermitano, da sempre è stato ricco d’acqua ed una buona quantità un tempo era usata ad uso potabile (guarda la mappa con le fontanelle di acqua potabile a Palermo).

Nei primi anni del Novecento, la città di Palermo contava di 340mila abitanti e disponeva di 150 litri d’acqua giornaliera (l'uno).

Le acque provenienti dalle sorgenti venivano inglobate in tubi d’argilla denominati catusi, percorrevano il loro tragitto mediante il sistema di castelletti che alcuni storici ritengono di origine araba, altri di origine romana.

Questi castelletti erano denominati divicula. A valle di questi castelletti s’era sempre una prima vasca, denominata ricettacolo magistrale oppure urna magistrale. Questo recipiente era di muratura oppure metallico. Da qui ripartiva verso i cosiddetti gabelloti grazie ad alcuni tubi che regolavano il flusso dell’acqua.

Nel caso della erogazione ad uso potabile, il gabelloto (affittuario di fondo agricolo) conduceva il volume d’acqua nella parte superiore di questi castelletti. Ciò naturalmente significava una perdita di potenza del flusso dell’acqua. Quando l’acqua era distribuita, gli utenti la raccoglievano in giarre poste nel punto più elevato della loro casa per poterla poi utilizzare per caduta libera nel quantitativo necessario.

Non sempre tutta l’acqua condotta in un castelletto veniva utilizzata dagli utenti di un determinato rione, la quantità che rimaneva veniva dirottata in altri castelletti di quartieri che si trovavano più a valle. La stessa acqua, quindi, saliva e scendeva più volte dall’origine sino all’esaurimento della stessa. Nel caso in cui le acque provenivano da sorgenti a diversa quota, il castelletto aveva più vasche (urne) poste a diverse altezza.

Giornalmente, un fontaniere accedeva al castelletto per regolare il flusso d’acqua e controllare il funzionamento. I tubi quasi tutti d’argilla, erano disposti sulle pareti esterne del castelletto, quelle interne erano vuote.

I tubi d’argilla, con il passare del tempo avevano delle perdite e si formava intorno ad essi licheni e pianticelle.

Anticamente, molti castelletti si trovavano fuori dalle mura cittadine, in seguito furono inglobate dalla città. Si possono ancora ammirare presso la Porta Sant’Agata, in via Cipressi, all'angolo di via Pindemonte, piazza Ottavio Ziino, sopra il bastione di corso Alberto Amedeo, sul bastione di Porta Carini e al cortile delle Sette Fate (leggi "Sette fate per decidere le sorti degli uomini: l'antica storia della piazzetta di Palermo").

Nel 1896, iniziò la costruzione dell’acquedotto di Scillato, che avrebbe erogato il rifornimento idrico alla città e nelle periferie prossime ad essa perciò queste torri furono pian piano abbandonate e caddero in disuso ma fortunatamente la maggior parte di esse sono ancora visibili.

articoli recenti