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Di nome fa "Paradiso" ed è un monumento nazionale: parliamo di un cimitero nel cuore della Sicilia

Magari non è proprio il primo posto che viene in mente di visitare, ed è possibile che ci sia anche chi proprio non vuole metterci piede. Eppure ne vale la pena

Maria Cristina Castellucci
Giornalista di viaggi
  • 12 ottobre 2021

Il cimitero monumentale di Caltagirone

Un po' giardino, un po' monumento ma anche, inevitabilmente, un po' macabro.

Il cimitero monumentale di Caltagirone magari non è proprio il primo posto che viene in mente di visitare, ed è possibile che ci sia anche chi proprio non vuole metterci piede. Eppure ne vale la pena, visto che è un luogo davvero affascinante.

La sua realizzazione risale alla seconda metà dell'Ottocento, un periodo particolarmente fortunato per il “settore camposanti” per via dell'editto napoleonico di Saint Cloud che obbligava a spostare al di fuori dei centri abitati le sepolture con le quali, fino ad allora, si era tranquillamente convissuto.

Caltagirone, all'epoca, pur essendo città di provincia non era affatto priva di velleità. C'erano alcune famiglie di buona aristocrazia, borghesi istruiti, professionisti di rilievo e un interessante tessuto economico legato alla produzione delle ceramiche.

Così, quando si trattò di far progettare il nuovo cimitero, il Decurionato calatino decise di rivolgersi a un architetto rinomato, quel Giovan Battista Filippo Basile al quale era già stata affidata, nel 1851, la progettazione della Villa Comunale (tuttora uno dei giardini pubblici siciliani più vasti e belli). Il nobile Don Pasquale Gravina, esponente di una delle famiglie più in vista, non solo di Caltagirone, si fece carico della faccenda e contattò il famoso architetto.



Questi realizzò il “piano d’arte per la costruzione del Campo Santo”, disegnando un cimitero di ispirazione siculo – normanna.

Il suo progetto, però, aveva un difetto: era costoso. Troppo. Il Decurionato lo rifiutò, con buona pace dell'architetto che, l'anno seguente, presentò i disegni alla Solenne Pubblica Esposizione di Arti e Manifatture di Napoli, ottenendo un premio.

La “questione cimitero” rimase irrisolta fino al 1866. In quell'anno, il giovane architetto calatino Giovan Battista Nicastro, per gratitudine verso il Comune che, nel 1860, gli aveva riconosciuto un legato per poter studiare e perfezionarsi a Firenze, donò alla città il progetto di un cimitero di stile gotico – siciliano (un'ottima mossa, peraltro, visto che la sua competenza e disponibilità gli fecero ottenere in seguito la carica di architetto comunale, grazie alla quale lavorò serenamente per l'ente pubblico fino alla fine della carriera).

Nicastro, che si era appassionato principalmente al neo-medievalismo, disegnò un complesso monumentale di ampio respiro, con ariosi portici a incorniciare le quattro vie principali. Centosessanta arcate, sorrette da snelle colonne, scandiscono lo spazio, con pinnacoli e trafori di pietra che alleggeriscono l'insieme, dando ai porticati l'aspetto di leggiadri castelli.

Quasi ci si dimentica della presenza delle sepolture a parete, almeno fino a quando non si notano i capitelli delle colonne, con teschi e ossa incrociate, manco ci trovassimo su una nave pirata.

La costruzione del camposanto fu presto avviata in contrada Paradiso, località scelta per la posizione ma anche, indubbiamente, per l'originale coincidenza del nome: cosa si può sperare di meglio che riposare per l'eternità nel “Cimitero del Paradiso”? I lavori, tuttavia non procedettero proprio speditamente.

Nel 1875, seppure si fosse a buon punto, mancava la chiesa centrale. E dire che nella realizzazione erano state coinvolte numerose maestranze, soprattutto locali.

L'architetto, infatti, che ancora una volta mostrò di avere un eccellento senso per l'opportunità, aveva previsto non solo l'utilizzo di materiali del posto, a cominciare dalla pietra dorata che aveva avuto larga applicazione nella ricostruzione barocca del Val di Noto, ma anche il coinvolgimento dei maestri plasticatori di Caltagirone, ai quali venne richiesto di dedicarsi alle parti in terracotta (fra cui i citati teschi).

Nel tempo, e soprattutto al principio del Novecento, il camposanto é cresciuto, soprattutto per dare spazio alle cappelle private dei notabili calatini. Coinvolgendo le migliori maestranze locali, infatti, le famiglie di Caltagirone fecero realizzare intorno ai porticati centrali un gran numero di sepolture gentilizie, alcune delle quali (come la Cappella Favitta, realizzata al principio del Novecento su progetto dell'architetto Saverio Fragapane) si possono considerare delle vere e proprie opere d'arte.

Nel cimitero ci sono poi numerose decorazioni e sculture notevoli, come l'angelo scolpito da Mario Rutelli per ornare la cappella Iacona della Motta. Non meraviglia che, già nel 1931, sia stato dichiarato monumento nazionale.

Recentemente, il Comune, l’Ordine e la Fondazione degli Architetti della Provincia di Catania hanno lanciato un concorso di idee “per recuperare, valorizzare e completare un bene artistico-architettonico di indubbio valore”, vinto quest'anno dall’architetto pugliese Lorenzo Netti.

Sarà interessante vedere, se e quando si passerà alla realizzazione, come le opere contemporanee dialogheranno con quelle di oltre cento anni fa.
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