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Di sale, di salnitro e di vento: un tempo a Palermo c'erano 74 mulini sparsi per la città

L'acqua necessaria per fare muovere le macine era fornita dall'acquedotto denominato “Sabucia“, del quale rimangono ancora dei tratti che si possono ammirare

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 25 marzo 2019

Il Mulino di Sant'Antonino a Palermo

L’uso dei molini (mulini) in Città è più antico di quello che si possa credere. In un documento dell’anno 1229, la zona denominata Guilla (alle spalle della Cattedrale) è citata come “Capu di l’acqua“ perché nei pressi della Guilla c’era un mulino alimentato dalle acque del fiume Papireto che scorreva in questo luogo. Anche nell’odierna zona di Via Panneria (Piazza Sant’Onofrio) scorrevano le acque del Papireto ed il Vicolo della Ruota, ricorda che in questo luogo al tempo degli arabi c’era mulino con una ruota.

Lo stesso Cortile della Farina (Via Maqueda), ricorda che sul luogo, alcuni venditori di farina usufruivano dell’opera di un mulino. Con il passare dei secoli e l’interramento dei fiumi che attraversavano la città, i mulini furono spostati in prossimità dei corsi d’acqua e delle sorgenti che si trovavano fuori le Mura, in particolare lungo le rive del fiume Oreto e nella Contrada della Zisa. Nel “Palermo D’Oggigiorno”, il Marchese di Villabianca, ne elencò ben 74 definendoli “Molini di sale”, “Molini di salnitro” e “Molini di vento”.

La maggior parte di questi mulini servivano per la macinazione di granigli, ed erano mossi dalla forza idraulica delle acque di sorgenti o dai corsi d’acqua: fiume Oreto, le acque di Maredolce, del Gabriele, di Ambleri, della Sabucia ed altri. Anche Gaetano Lussieux nel suo “Pianta della città di Palermo e suoi contorni” (1818) ne parlò ampiamente. Nel 1874, anno in cui Gioacchino Di Marzo tradusse alcune opere del marchese di Villabianca, molti di questi mulini erano già scomparsi oppure avevano cambiato proprietario ed altri ne erano sorti. In seguito caddero tutti nell’oblio: il progresso industriale e l’espansione edilizia ne decretarono la morte.

I mulini di sale che si trovavano alla Zisa non esistono più, ne rimane qualcuno lungo le rive del fiume Oreto e nella borgata di Villagrazia. I molini (mulini) erano delle costruzioni particolari. Quelli idraulici, erano ubicati in prossimità di una sorgente o corso d’acqua. Un lungo canale sostenuto da piloni ed archi prelevava l’acqua a monte e la convogliava con un una pendenza calcolata sino al mulino.

In questa maniera avveniva il “salto d’acqua”, cioè quel dislivello necessario per fornire l’acqua investendo la grande ruota munita di pale che giravano attorno ad un asse, determinando il movimento. Nei mulini più antichi anche gli ingranaggi erano costruiti di legno. A partire dal XIX secolo, gli ingranaggi furono costruiti di ferro. Nei pressi di Villagrazia, in prossimità delle sorgenti di Ambleri, esiste ancora un mulino. Verso la fine del XVIII secolo, nella Contrada Molara, furono costruite tre cartiere ed una fabbrica di olio. Si sostituì la ruota di legno con grosse pietre circolari estratte da alcune cave che si trovavano sul luogo.

L'acqua necessaria per fare muovere le macine era fornita dall'acquedotto denominato “Sabucia“, del quale rimangono ancora dei tratti che si possono ammirare. Ancora oggi, molte denominazione toponomastiche della Città ricordano che sul luogo un tempo era ubicato un mulino: Via Cartiera (Via Altofonte); Stradella Cartiera Grande (Via Aquino); Via Mulino Carbone, Via Mulino Carte (Villaggio Santa Rosalia); Via Mulino Nuovo (Via villa Tasca); Via Mulino Malpasso, Via Mulino Paratore, Via Mulino dello Spirito Santo, (Via Villagrazia); Via Mulino di Landolina ( Via Portello); Via Mulino della Goglia (Via Pitrè), Via dei Mulini (Via Zisa); Via Mulino (Via Boccadifalco); Via Mulino a Vento (Corso Scinà). Anche a Piazza Scaffa (Corso dei Mille) c’era un mulino. La zona fu così denominata a causa di un dislivello esistente tra gli argini del fiume Oreto ed il mulino stesso. I mulini non sono stati tenuto in considerazione. Distruggerli è stato un grave errore. Potevano diventare un’attrazione turistica.

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