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Dolci o salate l'importante è che siano appena fritte: I Crispeddi, regine dello street food catanese

Le crispelle sono uno dei cibi di strada più diffusi a Catania. Passeggiando per la città vi capiterà di imbattervi in bancarelle con grandi padelloni e assistere alla loro frittura: un viaggio tra i sensi

Salvina Elisa Cutuli
Giornalista, guida museale, insegnante di danza
  • 20 settembre 2021

I Crispeddi fritte (foto di Nuccio Costa)

Se siete stati a Catania e non avete mangiato le crispelle con la ricotta o l’acciuga vi manca una grossa esperienza culinaria a cui dovete presto rimediare, anche perché si tratta di uno dei cibi di strada più diffusi.

Gli ingredienti sono molto semplici, ma la bontà non ha eguali! Pasta lievitata con farina di semola, acqua, lievito, un po’ di sale e poi il ripieno, che capirete subito in base alla forma: se tonda sarà infarcita di ricotta, se allungata sarà ripiena di una angiova - acciuga.

Generalmente i crispeddi vengono fritte in due riprese per avere maggiore compattezza e dare il giusto colore alla pasta. Si vendono per strada in bancarelle più o meno attrezzate, fritte al momento. Oramai le crispelle si trovano tutto l’anno, ma è con l’arrivo dell’autunno che ne si apprezza maggiormente il sapore. Immaginate, durante una passeggiata, imbattersi nell'odore di fritto che si diffonde nell'aria e le vostre papile gustative cominciano a godere.



In tempi passati le crispelle si preparavano solo in occasione di festività importanti, adesso non vi sono feste o sagre di paese in cui possano mancare i crispiddari. Non tutti, tra l’altro, riescono ad imparne l’arte. La velocità con cui lavorano i mastri crispiddari è davvero straordinaria. La preparazione in diretta rende l’attesa ancora più trepidante.

Prepararle in casa non è, infatti, la stessa cosa. Difficilmente avranno lo stesso gusto, profumo e sapore di quelle che si trovano per strada. Un vero e proprio viaggio che coinvolge tutti i nostri sensi.

Le bancarelle per strada si caratterizzano per la presenza di grandi padelloni, di oltre un metro di diametro e profonde circa cinquanta centimetri, in cui le crispelle vengono messe a galleggiare durante la cottura. La pasta già lievitata e liquida viene manipolata dal crispiddaru con una tecnica precisa, appresa nel tempo, e viene immersa direttamente nell’olio caldo o strutto, a seconda della ricetta.

Il nome crispelle deriva proprio dall'increspatura immediata della pasta lievitata a contatto con l’olio bollente, fritta al punto giusto così da mantenersi morbida all’interno e croccante e dorata all’esterno. Oltre alla ricetta salata, trovate anche la variante dolce fatta con riso, miele e zucchero a velo.

Le crispelle di riso vengono chiamate anche zeppole in alcune zone del catanese e sono tipiche del periodo di San Giuseppe. Secondo la tradizione, questa variante venne inventata dalle monache del Monastero dei Benedettini di Catania nel XVI secolo. Si dice, infatti, che le suore cucinavano questi dolci per mantenersi. Ai frati del monastero spettava la vendita. All'epoca venivano realizzate durante la festa di San Giuseppe, ma ormai anche la versione dolce la trovate quasi tutto l’anno, ad eccezione dei mesi più caldi.

Federico De Roberto nei Vicerè raccontando i vizi e le virtù gastronomiche dei monaci, diceva: «In città, la cucina dei Benedettini era passata in proverbio; il timballo di maccheroni con la crosta di pasta frolla, le arancine di riso grosse ciascuna come un mellone, le olive imbottite, i crespelli melati erano piatti che nessun altro cuoco sapeva lavorare»;.

Dolci o salati una raccomandazione è d'obbligo: le crispelle vanno mangiate appena fatte! Più sono calde e più si sciolgono in bocca.
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