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Due cose che non sai sul Festino di Palermo: i proverbi e la leggendaria pietra magica

"Non mi contare i giorni del Festino" e altri proverbi si intrecciano con la leggenda di una pietra con poteri magici (o miracolosi): può invocare una tempesta

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 5 luglio 2019

Una statua che raffigura Santa Rosalia (particolare)

Del Festino di Santa Rosalia, festa patronale di Palermo dal 1625, è stato detto quasi tutto, quasi: ancora oggi ci sono delle curiosità e delle leggende ancora da scoprire.

Per un avvenimento così importante e duraturo nei secoli, non potevano mancare i proverbi o modi di dire.

"Pari la panza di lu carru" (sembri la pancia del carro): con questa frase si mette in dispregio la cattiva forma di una costruzione qualunque, si riferisce al Carro di Santa Rosalia ed alla maniera grossolana con la quale esso veniva costruito.

La figura del Carro era ordinariamente quella di un grosso scafo o di una colossale conchiglia, le cui forme non erano modello di disegno (Argisto Giuffredi: "Avvertimenti Cristiani").

"Laria comu la pesta di sutta lu carru" (brutta come la peste che c'è sotto il carro): nel Carro trionfale che si costruiva ogni anno in onore di Santa Rosalia, soleva attaccarsi o dipingersi una maschera che rappresentante la peste, secondo la pia leggenda, cessata per intercessione della Santa nel 1625. La sua bruttezza era così spaventevole che rimase proverbiale.

"Nun mi cuntari li jorna di lu fistinu" (non raccontare a me i giorni del festino): non mi raccontare cose che già conosco! Ancora oggi è in voga. Si dice all’interlocutore quando racconta un fatto risaputo.

Passiamo adesso alla Pietra miracolosa di Sant Rosalia. Capita a volte che gli ignoranti, inconsapevolmente, abbiano ragione. A Palermo è successo con la pietra miracolosa di Santa Rosalia.

"In lo mese di luglio, a 17, se ritrovò il corpo di Santa Rosalea, antiquato di sorte che lambiccava acqua di sopra, perché era in una grotta, et era tutta disfatta, nella propria pietra ingastata, che ha fatto molti miracoli, con dare a bere di quella terra ad alcuni infermi di diversi mali, e tocchi alcuni con alcuna pietra di detto sepolcro; che non si trova sepolcro, ma tutta unita con la pietra per la distillazione sudetta" (Don Giovanni Battista La Rosa: "Alcune cose degne di memoria", anno1624).

Così riferì Don Giovanni Battista La Rosa, decano, canonico e tesoriere della Cattedrale di Palermo.

Il ritrovamento delle ossa suscitò un grande scalpore e dopo che una commissione medica accertò che appartenessero ad una donna, si giunse alla conclusione che appartenessero a Rosalia Sinibaldi.

Trasportate in processione, la peste cessò. Contemporaneamente al culto della Santa, nacque la venerazione dell’alabastro che aveva inglobato le ossa della Santa. I devoti, asportato un pezzo dell’alabastro che era stato a contatto con la Santa, lo polverizzavano in piccoli frammenti cristallini e lo conservavano come amuleto o come potente rimedio contro ogni forma di malattia.

Padre Giordano Cascini (religioso della Compagnia di Gesù, nato a Palermo nel 1565 e morto nel 1635, dedicò la sua vita da scrittore soprattutto a Santa Rosalia), fece un lungo elenco dei miracoli e miracolati nei confronti dei quali la pietra della Santa aveva svolto un ruolo di primissima importanza.

Geologicamente parlando, il Monte Pellegrino è formato da un’unica massa calcarea, in alcune grotte si rinviene ancora oggi l’alabastro calcareo, chiamato "cotognino" e dai contadini di quel tempo "pietra zuccherina", in relazione al suo aspetto.

Esso fu anche impiegato per costruire le decorazioni della grotta della Santa, le colonne tortili che sostengono il portico e fu rivestita la sagrestia.

La vendita del cotognino presto diventò un prospicuo affare perciò quando si esaurì quello che si trovava all’interno della grotta di Santa Rosalia, fu utilizzato l’alabastro rinvenuto in altre località del monte rivendendolo sempre in polvere oppure in piccoli frammenti cristallini.

Il popolo naturalmente esagerò, gli conferì poteri metereologici, lo usò per invocare la pioggia, lo pose fuori dalla finestra per scongiurare i temporali ed allontanare i fulmini e le saette. Nonostante l’ignoranza e superstizione, forse, inconsapevolmente, avevano ragione.

Lo scienziato Sir james George Frazer (antropologo e storico delle religioni) spiegò in seguito che alcuni massi e macigni, spruzzati o trattati in modo particolare, possiedono la proprietà di fare venire giù la pioggia, ed altri fenomeni.

Alcune volte si da il caso che la religione e la magia siano divise da un filo sottil (Santi Gnoffo: "Palermo: Leggende, Misteri, Piaceri").

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