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È il cuore spirituale della Festa di Sant'Agata: cosa cantano le suore a Catania

Catania ogni anno si commuove in occasione di questo rito antico, uno dei momenti più intensi da vivere in occasione delle celebrazioni per la santa patrona della città

Noemi Costanzo
Giornalista pubblicista
  • 6 febbraio 2026

Le suore benedettine di clausura cantano per Sant'Agata

La Festa di Sant’Agata a Catania è una celebrazione di fede, storia e comunità che ogni anno, tra il 3 e il 6 febbraio, trasforma la città etnea in un luogo di pellegrinaggio e intensa partecipazione religiosa. Tra i momenti più suggestivi di questi giorni di festa, uno spicca per la sua profondità spirituale e la capacità di raccogliere migliaia di fedeli in un silenzio rispettoso: il canto delle suore benedettine di clausura.

Il canto delle suore si svolge quasi sempre nella mattina del 6 febbraio, al termine della lunga processione che, iniziata il giorno precedente con il giro interno, porta il fercolo di Sant’Agata lungo le strade della città. Dopo la famosa “’a cchianata ‘i Sangiuliano”, la ripida salita che la Vara affronta con la sua folla di devoti, il corteo raggiunge via Crociferi.

Qui, dinanzi al monastero delle Benedettine del Santissimo Sacramento, si ferma per il momento più raccolto e contemplativo dell’intera festa. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questa usanza non affonda le sue radici in secoli antichi: è infatti una tradizione relativamente recente, nata intorno al 1980 per volontà dell’allora arcivescovo di Catania.

In passato, quando il fercolo passava durante le ore notturne, le monache cantavano nell’ombra senza che la folla potesse vederle. Con lo spostarsi della processione verso le prime ore del mattino, il canto è diventato sempre più visibile e partecipato, con le suore che elevano le loro voci da dietro le grate del monastero, per tutti coloro che seguono il rientro della Vara. Il canto eseguito dalle Benedettine è un inno in lingua latina di profonda intensità spirituale. La sua melodia è attribuita al musico Filippo Tarallo, compositore di musiche sacre vissuto tra Ottocento e Novecento, il quale trasformò in musica un testo liturgico ispirato agli atti del martirio di Sant’Agata.

Il testo, in forma di mottetto, richiama un momento chiave della martire: la preghiera che la giovane Agata rivolge a Dio dopo aver subito atroci torture. In questa invocazione, la Santa ringrazia il Signore per la forza di sopportare i tormenti e chiede di giungere alla gloria eterna. Chi assiste a questo rito testimonia un’atmosfera fatta di silenzio, raccoglimento e commozione profonda. Non è un semplice canto devozionale, ma piuttosto una forma di preghiera collettiva che coinvolge fedeli e passanti: un momento in cui la lunga processione lascia spazio a un dialogo interiore tra la comunità e la figura di Sant’Agata, simbolo di fede indomita e di resilienza spirituale.

La voce delle suore benedettine, monache di clausura dedicate all’adorazione perpetua, aggiunge un significato ulteriore all’evento: è infatti un omaggio di donne per una donna che ha incarnato nel suo martirio non solo la fede ma anche la forza spirituale di fronte alla sofferenza.
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