La "sacra mammella" di Sant’ Agata: contesa tra 2 città (che non sono siciliane)
La contesa per la custodia è ancora in corso: i fedeli reclamano la sacra reliquia e sperano che possa tornare un giorno nella loro cattedrale. Come andarono i fatti
Sant'Agata di Zurbarán
I manoscritti in lingua greca tramandano il medesimo racconto: mentre Decio era imperatore e Quinziano prefetto, fu promulgato un editto che imponeva di perseguitare tutti i cittadini dell’impero che rifiutavano di sacrificare agli dei. La nobile Agata, che si era convertita al cristianesimo e disobbediva all’editto, venne condotta da Palermo a Catania, per essere giudicata. Dopo aver subito atroci tormenti, compresa l’amputazione delle mammelle per non aver voluto concedersi al prefetto Quinziano, spirava in carcere il 5 febbraio 251.
Il popolo catanese, appresa la notizia della morte della martire, si recò al carcere, per darle degna sepoltura e il corpo della fanciulla venne deposto in un sepolcro di marmo. Esattamente un anno dopo, dalla sommità del vulcano Etna, un fiume di lava si riversava in direzione della città, minacciando di distruggere Catania. Gli abitanti, disperati, si precipitarono al sepolcro di Agata e dopo aver recuperato il velo della fanciulla romana, lo posero davanti al fronte lavico che miracolosamente si arrestò.
Durante il Medioevo il corpo di Sant’ Agata venne trafugato nel 1040, insieme a quello della martire siracusana Santa Lucia, dal generale bizantino Giorgio Maniace, che era diretto a Bisanzio e voleva farne dono all’imperatore Michele IV il Paflagone, per conquistarsene la benevolenza. Quasi cento anni dopo, le reliquie di Agata vennero riportate in Sicilia da Gisilberto e Goselmo, due crociati, uomini di mare, l’uno pugliese e l’altro francese: dopo aver aperto il sarcofago della santa, imbarcarono i resti, coperti da petali di rosa, su una nave che salpò in direzione di Catania.
Sbarcati la notte del 17 agosto 1126 al castello di Aci, i due giovani consegnarono al Vescovo Maurizio le preziose reliquie e nell’oscurità all’improvviso tutte le campane risuonarono a festa. La gioia dei cittadini fu talmente grande che essi scesero scalzi in strada, indossando solo la camicia da notte. La gloriosa martire Agata è solitamente raffigurata fra due carnefici che le strappano i seni con grandi tenaglie, perciò nessun‘altra meglio di lei può avere il ruolo di santa guaritrice delle patologie mammarie.
Ad Agata, scrive Giuseppe Pitrè, le donne offrivano il 5 febbraio ex voto in lamina d’argento o in cera, che rappresentavano seni femminili. Da qui proviene anche la tradizione, ancora onorata non solo in diverse parti della Sicilia, ma anche in Puglia e in Abruzzo, dove diffusa è la devozione a S. Agata, di preparare nel mese di febbraio pani e dolci votivi. Si tratta di cibi devozionali, offerti alla martire per chiedere e ottenere protezione per le malattie del seno o per favorire nelle puerpere abbondanza di latte materno. A Sant’Agata di Puglia, cittadina in provincia di Lecce, Agata è raffigurata nello stemma cittadino.
Qui sopravvive ancora oggi la tradizione secolare di preparare, far benedire e distribuire tra i fedeli piccoli pani azzimi in forma di mammelle, detti in dialetto re mmenne re Sand’Ahete (le mammelle di Sant’Agata). Fra tutte le città italiane di cui Sant’Agata è compatrona, Gallipoli e Galatina sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una particolare reliquia, proprio la mammella della martire catanese.
Scriveva lo storico Agostino Inveges nel 1651: “Una mammella si mostra in Catania e l’altra in San Pietro di Galatina”. Ecco come andarono i fatti, secondo la tradizione locale: nell’agosto del 1126 una mammella di Sant’ Agata giunse a Gallipoli durante il viaggio di traslazione delle reliquie, da Bisanzio a Catania.
I due crociati che riportavano i resti della martire in Sicilia, dopo averli furtivamente sottratti su indicazione della santa apparsa loro in sogno, avevano avuto una navigazione lunga e travagliata. Avevano toccato Smirne, Corinto, Montone, Taranto; quando una brezza provvidenziale spinse il vascello in salvo lungo la costa di Gallipoli, come ringraziamento Goselmo che era pugliese, lasciò una delle sacre mammelle, prima di proseguire il viaggio. L’8 Agosto, una bimba, che era sulla spiaggia in località Cutrieri, trovò casualmente la sacra mammella e cominciò a suggerla, “succhiandone celeste licore”. La madre, che era vicino a lei, si era addormentata e aveva sognato una fanciulla splendente di luce, che allattava sua figlia; svegliatasi, si era resa conto che il sogno era reale e ne aveva avuto grande turbamento. Aveva cercato di strappare la mammella dalle labbra della figlioletta e non riuscendo, in preda alla disperazione, si era rivolta al vescovo. Questi, con preghiere, processioni e litanie, aveva ottenuto che la bimba si staccasse finalmente. Identificata la sacra reliquia, in un grande giubilo generale, Sant’Agata fu proclamata protettrice della città, scalzando il precedente protettore, San Giovanni Crisostomo.
La mammella venne ricoperta d’argento, decorata con filigrana e posta in una un pregiato reliquiario sempre in argento. Rimase a Gallipoli fino al 1389: in quell’anno infatti Raimondello del Balzo Orsini, Conte di Lecce e Soleto e Principe di Taranto, se ne impossessò e la trasferì a Galatina, aggiungendola alla collezione di reliquie che costituivano il tesoretto della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria . Fu perfino abraso lo stemma civico di Gallipoli inciso sulla base del reliquiario, con una evidente volontà di cancellare la provenienza della reliquia.
Il sacro resto di Sant’Agata, fu custodito dai Francescani Osservanti fino al 1494, anno in cui la reggenza del complesso cateriniano passò agli Olivetani e la reliquia di Sant’ Agata, nel trambusto che ne seguì, fu depositata presso i francescani di Gallipoli Durante l’assedio di Gallipoli da parte delle truppe di Carlo VIII, la sacra mammella fu affidata per qualche mese al castellano di Lecce e poi venne trasferita di nuovo a Galatina.
Nonostante il privilegio concesso il 19 maggio 1497 alla città di Gallipoli, dal re Federico III d’Aragona, di poter rientrare in possesso della reliquia, questa rimase presso la chiesa galatinese fino all’Ottocento. La reliquia di Sant’Agata generò, nei secoli, ulteriori contrasti tra galatinesi e gallipolini, fino a che l’11 marzo 1835, il Ministro Segretario di Stato delle Finanze, incaricato degli affari ecclesiastici, comunicò formalmente all’Arcivescovo di Otranto la decisione di lasciare la reliquia di Sant’Agata presso i PP. Riformati di Galatina. Nonostante la soluzione della vertenza, si continuò ancora a parlare di restituzione della reliquia, come nel 1920, quando la Curia di Gallipoli chiese nuovamente di tornare in possesso del sacro resto, ottenendo un netto rifiuto dall’amministrazione di Galatina.
Il reliquiario con la mammella di Sant’Agata oggi è esposto nel Museo della chiesa di S. Caterina a Galatina. La contesa per la custodia è ancora in corso: i fedeli gallipolini continuano a reclamare la sacra reliquia e sperano che possa tornare un giorno nella loro cattedrale.
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