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È un vulcano ma ha un nome da femmina: l'Etna e la leggenda della Ninfa coraggiosa

Non tutti conoscono la leggenda cui è legato il nome del vulcano attivo più alto d’Europa. Protagonista è un'entità femminile forte e coraggiosa che si oppone alla prepotenza maschile

Livio Grasso
Archeologo
  • 16 settembre 2021

L'Etna in eruzione

Come tutti sanno, l’Etna, patrimonio Unesco e splendido luogo naturalistico, è il vulcano attivo più alto d’Europa. L’appellativo al femminile, però, secondo alcuni studiosi, rimanderebbe ad un aneddoto leggendario che narra di una certa ninfa recante il nome Etna.

Personaggio mitologico di grande fascino si tramanda che la ninfa nacque dall’unione tra Urano e Gea, simboleggianti rispettivamente le divinità del Cielo e della Terra. Proprio per questo, la cosiddetta “Montagna”, tende ad assumere nell’immaginario collettivo il punto di raccordo tra il centro magmatico terrestre e l’azzurro celeste. Icona indelebile di tutto il popolo catanese e dintorni, l’Etna nasconde una serie di misteri molto suggestivi che la rendono profondamente carismatica.

Tra le tante leggende pervenute la più popolare è la storia della lotta tra il gigante Tifeo e Zeus, noto come il re dell’Olimpo. Il mito racconta che i Giganti, figli di Gea e fratelli dei Titani, tentarono di usurpare il trono del padre degli dei ritenendo
che se ne fosse appropriato in modo illegittimo.



Mossi, dunque, dal desiderio di spodestarlo intrapresero una lunga e sanguinosa lotta contro Zeus; nel cuore di questa vicenda ricopre un ruolo di primo piano proprio Tifeo, mostruosa creatura a metà tra un uomo e un animale; i racconti lo descrivono con la testa d’asino, le ali di pipistrello, cento serpenti sulle spalle e due draghi sputa fuoco al posto delle gambe.

Dotato di una forza incredibile le fonti mitologiche raccontano che il gigante invase l’Olimpo per combattere contro Zeus; la narrazione prosegue dicendo che le altre divinità, non appena lo videro, si trasformarono in animali e scapparono via codardamente.

L’unico che decise di fronteggiarlo fu proprio Zeus, venendo, però, duramente sconfitto dal temibile e agguerrito avversario. Dopo avergli reciso i tendini dei polsi e delle caviglie, Tifeo lo imprigionò in una grotta situata in Cilicia. Tuttavia Ermes riuscì presto a guarirlo dalle ferite e liberarlo, permettendo al sovrano degli dei di riprendere le forze. Sebbene la battaglia, fino a quel momento, sembrasse volgere a favore del gigante ben presto le sorti gli remarono contro.

Infatti Zeus, una volta guarito, raggiunse l’Olimpo e con il suo carro alato rincorse Tifeo, colto di sorpresa eprofondamente intimorito dall’energica reazione del suo nemico. Successivamente, dopo essersi affrontati sul monte Nisa e una seconda volta in Tracia, il mostro fu costretto a mettersi in fuga e rifugiarsi in Sicilia. Qui avvenne la battaglia risolutiva tra i due avversari, combattendo nel luogo in cui sarebbe sorto l’odierno Vulcano.

Lo scontro diede ancora una volta ragione a Tifeo, al quale non restava altro che sferrare il colpo di grazia per ottenere la vittoria definitiva. Ciononostante la sua mano venne fermata dall’intervento tempestivo di Etna, che lo sottomise avvolgendolo interamente con il proprio corpo. In questo modo Zeus ebbe salva la vita e poté trionfare sulla spaventosa creatura, immobilizzata dall’incredibile forza della ninfa e scaraventata violentemente in un antro profondo.

Molti credono che Tifeo sia ancora prigioniero nel ventre della terra, tentando con le unghie e con i denti di liberarsi dalla prigionia attraverso potenti e violente fiammate. Simbolicamente si ritiene che la straordinaria fecondità del territorio circostante derivi proprio dalla simbiosi tra il fuoco di Tifeo e il corpo della ninfa Etna. Quest’ultima incarna la figura di un’entità femminile forte e coraggiosa che si oppone strenuamente alla prepotenza maschile.

Oltre a questo, essa rappresenta pure l’emblema di una madre vivificante e benevola che avvolge con la sua imponenza il popolo che vi abita. Tuttavia, sebbene cheta e pacata, l’Etna può essere anche distruttiva coniugando in sé la dualità della vita e della morte.
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