CULTURA

HomeMagazineCultura

Ecco com'è visitare l'Ucciardone: fortezza di Palermo tra antichi canti e sbarre d'acciaio

Per chi si fosse perso la visita al carcere durante "Le vie dei Tesori": un viaggio coinvolgente nella storia dei detenuti tra abitudini, poesie, riscatto sociale e sofferenza

Giusi Lombardo
Cercatrice di monumenti
  • 14 dicembre 2018

Condividi questo articolo via e-mail

* = campi obbligatori

Il carcere dell'Ucciardone

Ho riflettuto molto prima di stilare questo articolo sulla mia visita al carcere dell'Ucciardone durante l'ultima edizione de "Le vie dei tesori".

In verità l'avevo prenotata perché volevo fotografare la statua marmorea del XVII sec. della Madonna di Visita carceri che si trova al suo interno, non immaginando (al momento della prenotazione) che sarebbe stato vietato l'uso di qualsiasi mezzo di ripresa video-fotografica durante il percorso.

Ma non immaginavo neanche come si sarebbe svolta la visita e chi sarebbe stato a farci da guida. È stato tutto molto coinvolgente ed appassionante, una vera sorpresa.

Siamo stati accolti dalla compagnia dei detenuti-attori creata dall'impegno e dalla maestria di Lollo Franco che ci ha guidato, recitando fra la storia e la leggenda di questo luogo, per un tempo molto lungo: circa due ore di visita.

I passaggi sono stati diversi; inizialmente l'accoglienza su un grande piazzale in cui essi hanno recitato il dolore dei carcerati che vennero spostati dall'antico carcere della Vicaria a quello nuovo dell'Ucciardone (chiamato all'epoca anche "Grandi prigioni").



Tale sofferenza era dovuta alla posizione dislocata del carcere dal centro ed all'impossibilità di comunicare direttamente dalle finestre con parenti e amici.

Esiste il canto di un carcerato, a questo riguardo, che ho tratto da "La nave di pietra" di Antonio Martucci:

"Carzara fabbricata a l’Ucciarduni / Ca cu lu fici la sappi ben fari / Attornu attornu cc’e lu bastiuni / Cci su’ li finistreddi pr’affaccari. Tempu d’estati ci coci lu suli / Tempu di ‘nvernu nun si cci po’ stari. Su’ carzarati n’ta stu cammaruni /Me’ matri veni e ‘un cci pozzu parrari".

Traduzione dal dialetto: "Un carcere è stato fabbricato a l’Ucciardone, chi lo costruì l’ha saputo ben fare, intorno intorno c’è il bastione,
ci sono piccole finestre per affacciare. In estate il sole è cocente, in inverno non ci si può vivere. Ci sono carcerati in questi stanzoni, mia madre viene e non le posso parlare".

Poì ci siamo fermati davanti la statua della Madonna di Visita Carceri, proveniente dal carcere della Vicaria. Accanto ad essa si trova un'affascinante fontana probabilmente della stessa epoca del simulacro della Madonna.

I detenuti hanno continuato la recita raccontando i momenti in cui si entrava nel "canile", una sorta di piccole celle contigue dove ogni carcerato veniva inserito prima di essere trasferito nella sezione assegnata e che adesso si stanno trasformando in magazzini.

Hanno rappresentato le lunghe attese nella speranza della visita del loro avvocato, unico appiglio in quella triste vita di colpevolezza.

Hanno rievocato i periodi in cui la mafia giocava un ruolo importante al suo interno, come ai tempi dell'assassinio di Gaspare Pisciotta per mezzo di un caffè avvelenato o le storie sui pranzi ivi consumati dai mafiosi a base di aragoste e champagne.

Hanno ricordato gli sfortunati giovani detenuti, magari imprigionati per reati non gravissimi, che poi in quel posto diventavano vittime della droga e ne morivano per overdose.

È' stata una visita forte, che ha scosso gli animi, ma che ha lasciato in ciascun visitatore un profondo segno di speranza.

Sicuramente, a parte qualche eccezione, i detenuti sono colpevoli e qui stanno scontando la loro pena. Ma, come è stato riportato dagli educatori dei detenuti, la direttrice Rita Barbera (donna in gambissima) ha tenuta viva l'applicazione dell'art.27 della Costituzione italiana, che così recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

Infatti i laboratori qui tenuti sono di diversa specie: dall'orto, all'artigianato ed alla pittura, come degli sgabelli o dei tavoli e degli armadi decorati alla maniera dei carretti siciliani.

Esiste sorprendentemente anche un pastificio, a cura del noto e stimato imprenditore Giglio della Cala, che produce una pasta di grano antico a nome "Ucciardone" e che presto sarà in vendita nella grande distribuzione.

Ciò che mi ha colpito sono stati gli sguardi dei detenuti, nei quali brillava l'emozione, l'entusiasmo e la speranza. E che in coro, alla fine, hanno gridato “Meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino".

Tutta un'altra storia da quando, come hanno ricordato durante l'esibizione, nessun carcerato si presentò alla messa pasquale celebrata dal cardinale Pappalardo per volere della mafia.

Scusatemi, mi sono lasciata trasportare, la storia dell'Ucciardone come monumento ve la racconto un'altra volta
Se ti è piaciuto questo articolo, continua a seguirci...
Iscriviti alla newsletter
Cliccando su "Iscriviti" confermo di aver preso visione dell'informativa sul trattamento dei dati.
...e condividi questo articolo sui tuoi social:

GLI ARTICOLI PIÙ LETTI DEL MESE