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Era capriccioso quanto Nerone: chi fu uno dei cattivi (siciliani) più famosi della storia

Forse il peggior prefetto del Pretorio mai esistito nella lunga storia dell’Impero romano, era noto per i suoi complotti e come un violento, sadico e calcolatore

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • 16 marzo 2024

Ralph Truman nel ruolo di Tigellino in "Quo Vadis"

Gaio Ofonio Tigellino è stato sicuramente uno dei personaggi storici più crudeli e subdoli che sono nati in Sicilia. Politico e militare romano, fu anche prefetto del pretorio durante l’impero di Nerone, di cui era uno dei suoi consiglieri durante il grave incendio che colpì Roma nel 64 a.C.

Tigellino nacque molto probabilmente ad Agrigento (che all’epoca era ancora conosciuta con il suo nome greco Akragas) attorno al 10 d.C., avvalendosi di un’importante ascendenza greca che gli risultò successivamente fondamentale per stabilire alleanze economiche e politiche non solo in Sicilia, ma anche nel Peloponneso.

Tigellino è ricordato per essere stato il peggiore consigliere di Nerone e probabilmente il peggior prefetto del Pretorio mai esistono nella lunga storia dell’Impero romano, visto che già ai tempi della sua scalata al potere era noto per essere un soggetto violento, sadico, calcolatore, che si deliziava a complottare costantemente con la famiglia dell’imperatore e con gli altri protagonisti della coorte Giulia-Claudia.
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Da giovane fu accusato dell’adulterio della sorella dell’imperatore Caligola, ma tramite le sue abilità politiche riuscì a sfuggire alla forca e a essere richiamato a Roma dall’imperatore Claudio, che pagò duramente questo gesto.

Si presuppone infatti che fu lo stesso Tigellino a suggerire alla madre di Nerone, Agrippina minore, il modo con cui sbarazzarsi dell’imperatore, per mettere sul trono il giovane Nerone.

La lista di nefandezze di cui si macchiò Tigellino non si fermò di certo però qui. Fu sempre lui a suggerire al giovane imperatore di eliminare la madre e il suo tutore Seneca, quando queste due figure cominciarono a protestare contro le politiche sociali ed economiche volute dal giovane e fu ancora Tigellino ad organizzare costosi banchetti ed orge, nel cuore di Roma, in cui si celebravano le gesta dell’imperatore invitando tutte le più belle donne della città a prostituirsi in massa per lui.

Tigellino nella sua lunga carriera politica assunse diversi ruoli, prima di divenire la mano sinistra di Nerone. Fu prefetto dei vigili del fuoco, gestore degli ippodromi della Puglia e della Calabria ed esecutore delle vendette imperiali contro i partecipanti della congiura dei Pisoni, che nel 62 d.C. tentarono di eliminare il dittatore e di ristabilire l’ordine a Roma.

Capriccioso quanto Nerone, Tigellino si macchiò anche di diversi crimini personali, non legati alle cariche che presiedeva, come ci raccontano gli storici romani tra cui Svetonio e Cassio Dione, abituato a distribuire torture e sentenze senza un processo.

Consigliere politico degli ultimi anni di regno di Nerone, Tigellino fu anche colui che indusse al suicidio Petronio e che scappò da Roma, una volta capito che i senatori, rappresentati da Galba, erano riusciti a convincere i cittadini romani ad insorgere contro l’imperatore.

Nell’anno dei 4 imperatori, il 69 d.C., Tigellino riuscì a comprare la propria salvezza per pochi mesi, convincendo il nuovo regnante Galba ad averlo come consigliere.

Quando però anche quest’ultimo venne ucciso e sostituito da Otone, gli venne comandato di suicidarsi, al posto di morire in carcere per i crimini che aveva commesso.

Tigellino venne ricordato dai suoi contemporanei e dai successivi imperatori romani come un esempio negativo di prefetto del Pretorio, anche perché potenziale responsabile della morte di due imperatori: Caligola e Claudio. La sua memoria venne quindi ulteriormente infangata da dicerie e pettegolezzi, che cercarono di sminuirne il potere politico e la sua intelligenza.

Venne infatti descritto come un bruto sanguinario, un uomo crudele che era riuscito a corrompere la mente del giovane Nerone, rappresentandone il maestro di nefandezze.

La città di Agrigento e la Sicilia, all’epoca facenti parte di una provincia a sé stante, separata da quella dell’Italia, cercarono anche di effettuare una damnatio memorie nei suoi confronti, poiché negli anni in cui era stato al potere l’isola si era vista aumentare le tasse e le esportazioni di grano, per non parlare di come era stata da sempre indicata come la patria del crudele assassino.
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