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Era l'ingresso segreto dei Beati Paoli: una grotta (dimenticata) tra le case popolari del Capo

La Chiesa di San Matteo a Palermo, ad oggi non visitabile, è custode di uno dei presunti passaggi che permettevano agli adepti della Setta di accedere alle Catacombe Cristiane

Gianluca Pipitò
Ricercatore storico e dell'Arte
  • 13 giugno 2021

L'ingresso della Grotta dei Beati Paoli a Palermo

Quando Luigi Natoli, con lo pseudonimo di William Galt, scrisse il suo più famoso romanzo storico sicuramente approfondì le conoscenze storiche ed antropologiche riguardanti i Beati Paoli, la setta segreta che operò nella città di Palermo a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.

Il mistero su questa società segreta si infittisce tuttavia per la presenza di pochissime fonti storiche manoscritte e per l’impiego, da parte dell’autore, delle tradizioni orali e delle conoscenze che i cittadini, soprattutto del quartiere del Capo (Caput Seralcadi), possedevano riguardo alle vie di accesso alle catacombe paleocristiane del IV e V secolo che si trovano al di sotto della città.

L’autore, per la stesura del romanzo, fece riferimento agli Opuscoli Palermitani redatti dall’infaticabile F.M. Emanuele e Gaetani Marchese di Villabianca, il quale, fornita brevemente qualche notizia sulle origini del sodalizio che fece risalire addirittura alla fine del XII secolo con l’esistenza della setta detta dei Vendicosi, descrisse così le motivazioni della Congrega.



«…a causa dello sgherrismo e il valentismo era bastatamente coltivato dalle persone potenti, e dai nostri Baroni del Regno. Le persone mezzane…si formavano il vanto col procedere empiamente da per sé stessi colle lor mani».

La Setta, a detta del Marchese di Villabianca, nacque dunque contro lo strapotere dei nobili che, in virtù del mero e misto imperio, potevano gestire la giustizia criminale nelle loro proprietà utilizzando uomini armati.

Dal suo instancabile lavoro il Villabianca riuscì ad ottenere solo pochi nomi di appartenenti alla Setta dei Beati Paoli ed esattamente Giuseppe Amatore, condannato a morte il 17 dicembre 1704, e Girolamo Ammirata, impiccato il 27 aprile 1723.

Infine, il Villabianca fa menzione di un certo Vito Vituzza, forse uno degli ultimi Beati Paoli, che riuscì a salvarsi dall’epurazione della Setta in quanto «si pose colla corona alle mani» nella Chiesa di San Matteo al Cassaro divenendone il Sagrestano.

Proprio tale Chiesa di San Matteo a Palermo, tutt’oggi non visitabile, è custode di uno dei presunti passaggi che permettevano agli adepti della Setta di potere accedere alle Catacombe Cristiane.

I quartieri della città vecchia, infatti, sono collegati da diversi cunicoli e grotte che svolgevano sia funzioni di luoghi di culto che cimiteriale.

Un sito di particolare importanza è la “Grotta/Tribunale” che si trova nella zona del Capo proprio nella piazza Beati Paoli, dietro la Chiesa di Santa Maria di Gesù detta dei Canceddi o Santa Maruzza, all’interno del baglio che un tempo appartenne al giurisperito Giovan Battista Baldi e successivamente al Barone Blandano.

In particolare, per quanto riguarda Giovan Battista Baldi, nell’archivio della Congregazione di Santa Maria degli Agonizzanti è stato rinvenuto il lascito di case nella famosa vicolo degli Orfani da parte del giurisperito alla Congregazione e che, presumibilmente, si trovavano adiacenti all’ingresso dell’attuale "grotta".

Questi beni, successivamente, furono espropriati dal Comune di Palermo per la loro ristrutturazione e destinazione a “edifici popolari”.

E qui, cari lettori, parte il mio personale (e spero condiviso) j’accuse contro il Comune di Palermo, poiché è impensabile che questo ipogeo, che faceva parte di un grande complesso cimiteriale Cristiano e riadattato nel tempo a camera dello scirocco, sia andato nel totale oblio a causa di un continuo - scusate la frase - pallìo dell'istituzione proprietaria e degli uffici preposti che dovrebbe mettere a disposizione un bene davvero importante e che va oltre alla leggenda dei Beati Paoli.

Come può una Istituzione Pubblica dimenticare una attrattiva turistica di tale importanza per questioni meramente "politico – burocratiche", soprattutto con un sindaco, che nel bene o nel male, è un politico e uomo di cultura, cosa che sappiamo e che nessuno può disconoscere.

Un sindaco che ha ridotto il suo spirito di ricerca e conoscenza nell’appagamento UNESCO.

Ma Palermo non è solo “Berbero-Normanno” e questo è importante ricordarlo e tenerlo in mente, poiché ogni angolo di questa città è una spigolo di pubblicità per essa stessa.

Il problema fondamentale è che non bisogna soffocare gli spigoli di cultura che col tempo potrebbero produrre lavoro.

Non ci rimane, carissimi amici, che ricordare la grotta nella descrizione attenta del Villabianca il quale aveva registrato delle particolarità costruttive che riconducevano alla tipologia di sala di tumulazione per la presenza di un altare in pietra, dove veniva esposto il cadavere prima dell’inumazione, e la presenza di scansie o nicchie dove i Settari potevano posare le armi, cosa quest’ultima che non ritrovò il Di Giovanni nella visita alla grotta svolta nel 1889.

Oggi, purtroppo, il sito non è visitabile al pubblico ma la vera speranza è che un giorno Palermo riscopra nella sua interezza la sua seconda identità che è quella sotterranea fatta di grotte, cripte, cunicoli, qanat ed altro, testimoni silenziosi di un passato importante della Capitale al "Centro del Mediterraneo".
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