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Era la casa del cavalier "Ramunnu": i gloriosi tempi del Caffè Romano di Caltanissetta

Quasi un secolo di onorata carriera per questo Caffè che è stato meta e rifugio di intere generazioni, che vivevano il gesto del prendere un caffè come un rituale

Anna Rita Donisi
Appassionata di cultura e comunicazione
  • 1 novembre 2021

Il Caffè Romano di Caltanissetta (foto da Fb)

Sedersi al tavolino e sorseggiare un caffè nel proprio locale preferito è una delle cose più comuni e diffuse fatte ogni giorno da milioni di persone in ogni parte del mondo. Tuttavia in pochi sanno che tra l’800 e il ‘900 fu il boom dei caffè aperti in Europa. Ne aprirono a migliaia.

Così tra caffè, tè e infusi ma anche cocktail sono proprio le caffetterie a conquistarsi il ruolo luoghi d'elite culturale dove si incontrano intellettuali e aristocratici. Salotti tout court, dove si va per parlare di politica, letteratura e molto altro.

A Caltanissetta dal 1923 il caffè Romano o bar Romano o Gran Caffè Romano era il cuore della vita sociale. Per i nisseni è stato un luogo storico di incontri e di vita. Si trovava quasi difronte all'ingresso di Palazzo del Carmine.

Il proprietario era il cavalier "Ramunnu", Raimondo Romano.

Entrare dentro il caffè Romano era pura poesia. Come nel resto d'Italia l’ormai affermata borghesia si incontrava ai tavolini dei Cafè per assaporare la mondanità. Molti dei locali dell’epoca hanno ospitato grandi personalità del mondo culturale, hanno visto nascere tresche politiche e ordire complotti. Prendere un caffè lì, ti restituiva la sensazione delle vite che si sono alternate a quel bancone imponente, totalmente in legno o ai tavoli in marmo con le poltroncine della sala da tè.



Ma non era solo luogo d'elite, tornando indietro negli anni del dopoguerra il rito del caffè si estese a tutti. Con il boom economico, tra gli anni ’50 e ’60, cambiano ritmi e abitudini e se il tempo a casa si riduce, quello del caffè espresso al bar prima di andare al lavoro diventa momento di routine, come nel momento della pausa caffè durante la giornata.

Non nascondo che amavo sgattaiolare lì con qualcuno dei miei libri o insieme a qualche amica, per prendere un tè caldo, prima che la città si trasformasse e svuotasse ulteriormente di quelle che erano le attività storiche.

Le ultime generazioni, cui appartengo anche io, hanno visto sparire luoghi simbolo come questo e moltiplicarsi le valigie verso mete di opportunità.

Camminare lungo Corso Umberto e vedere il «Gran Caffè Romano» con le luci accese, il brulicare di persone all'ingresso era il rituale. Lo era anche per chi veniva in città, da fuori, per gustare una buona tazzina di caffè nel più rinomato locale nisseno. E il caffè era accompagnato dal delizioso «cannolo di Romano» o le «ramette di miele».

In Sicilia si sa che non c'è domenica senza "la guantiera" di dolci. Di generazione in generazione è stato un rito per i nisseni andare lì, visto che proprio nei laboratori del gran caffè lavoravano autentici maestri dell'arte pasticciera.

Tutto questo per 90 anni poi nel 2014 la chiusura. Oggi non è rimasta traccia di un luogo da cartolina, eppure nei cuori dei nisseni, nelle foto storiche come nei racconti, il gran caffè vive ancora.
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