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Era la caverna degli amanti infelici: la leggenda della "Grotta delle palombe" di Acireale

​​​​​​​Sebbene oggigiorno non ne rimanga più traccia visiva e materiale, il mito connesso ad essa continua ad aleggiare nella fantasia popolare con la figura mitologica della ninfa Ionia

Livio Grasso
Archeologo
  • 28 ottobre 2021

Un tempo, a ridosso della costa di Santa Maria la Scala, piccola frazione di Acireale, si trovava una caverna marina che, secondo la leggenda locale, fu il luogo di incontro prediletto per due sfortunati amanti: Aci e Galatea. Si tratta della rinomata “grotta delle colombe”, chiamata pure delle “palombe”.

Sebbene oggigiorno non ne rimanga più traccia visiva e materiale, il mito connesso ad essa continua ad aleggiare nella fantasia popolare; in particolare, quando si parla di questa antica spelonca sul mare, riaffiora alla memoria la figura mitologica della ninfa Ionia.

La tradizione riporta che quest’ultima, sorella delle cosiddette ninfe Niseidi, allevò il piccolo Dioniso divenendone sua amorevole nutrice. In cambio del nobile servigio Ionia e le sue sorelle ottennero il privilegio di essere trasformate nella fulgida costellazione delle Iadi. Le Niseidi accettarono di buon grado l’ onorevole dono, ma Ionia, profondamente legata alla vita terrena, si rifiutò. La dolce ninfa, inoltre, conduceva la propria vita in una caverna ove era solita dare man forte agli amanti infelici; fanno senz’altro parte di questa categoria Aci e Galatea.



Infatti i due, perdutamenteb innamorati, si recavano furtivamente lì dentro per non incorrere nella temibile ira di Polifemo, invaghito anch’egli della bellissima Galatea e divorato da un’insana gelosia. Fu così, dunque, che con l’appoggio di Ionia ambedue gli amanti poterono incontrarsi in quel posto segreto e trascorrere in piena serenità la propria relazione amorosa; tuttavia i guai non tardarono a manifestarsi. Un giorno, difatti, Polifemo scorse i due innamorati mentre erano coinvolti in un tenero abbraccio e, accecato dall’ira, scagliò un grosso masso sul povero Aci schiacciandolo.

Il tragico evento lacerò l’animo di Ionia, profondamente turbata per la perdita di Galatea e, soprattutto, per l’orribile morte del pastorello Aci. A partire da quel momento, secondo quanto tramandato dall’aneddoto, la ninfa prese la decisione di non invischiarsi più in alcuna vicenda amorosa. Si dice pure che i sensi di colpa di Ionia furono talmente logoranti da indurla a rintanarsi nella propria “dimora marina” ad allevare colombi.

Malgrado ciò, le sue pene non cessarono qui; di lì a poco infatti le sue sorelle, divorate da una diabolica invidia, si dilettarono a procurarle altre sciagure. Il racconto prosegue dicendo che le Niseidi si adoperarono per ostruire il passaggio dell’antro, rifugio invernale di moltissimi colombi, i quali, non avendo più alcuna via d’uscita, morirono uno dietro l’altro; a quel punto Ionia, afflitta dalla disperazione, strillò così acutamente da provocare il crollo delle pareti rocciose.

Si crede pure che, al momento dello sfaldamento, la ninfa rimase seppellita dalla raffica di pietre insieme ai suoi colombi. Sebbene ad oggi la bellezza della grotta non sia più contemplabile, dalle ricerche scientifiche è stato appurato che in origine era collocata sul versante nord della costa di Santa Maria la Scala.

Sappiamo pure che risultava essere costituita da una galleria di pietra lavica di circa cento metri; oltre a ciò, era anche attestata la presenza di un pavimento scosceso al cui interno defluiva dell’acqua dolce che favoriva la crescita di una rigogliosa vegetazione. Gli studiosi riferiscono che fino agli anni Settanta erano ancora visibili alcuni strati della cavità marina; si parlava, a tal proposito, della presenza di uno scoglio dalla forma simile al pugno di un gigante.

Ciononostante, nel corso del tempo, le mareggiate ne hanno cancellato ogni residuo lasciando ai posteri solo un’impronta immaginaria e fantasiosa. L’unico segno indelebile e imperituro è indubbiamente il triste mito di Ionia, simbolo di bontà, amore e altruismo verso le creature terrene.

Ad ogni modo, ci si può comunque avvalere di alcune testimonianze iconografiche in grado di ricostruire i tratti “geomorfologici” dell’antico antro. Se diamo, per esempio, un’occhiata al disegno realizzato dal barone tedesco Sartorius Von Waltaershausen, si può notare un arco caratterizzato da formazioni di basalti colonnari.

Un’altra fonte degna di menzione è senz’altro quella ricavata dal noto scrittore Federico De Roberto che, in un articolo redatto per il “Fanfulla della Domenica”, descriveva a chiare lettere l’incessante azione erosiva del mare sull’anfratto.
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