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Fra le sue mura nacque un elisir diventato famoso: in Sicilia c'è un'abbazia da scoprire

L’interno conserva un dipinto del Cristo Benedicente nel catino absidale che sembra accogliere il visitatore e che ricorda i due più famosi del Duomo di Cefalù e di Monreale

Roberta Barba
Storico dell'arte
  • 28 agosto 2020

L'abbazia di Caltanissetta

Nella campagna nissena, poco fuori dalla città, in via Santo Spirito, sorge l’abbazia di Santo Spirito. Realizzata dagli arabi intorno al 900 d.C. quale casale fortificato per sorvegliare e difendere il ricco terreno agricolo circostante, divenne, nel 1153, chiesa consacrata.

Sconosciute sono ancora oggi le date di fondazione, ma l’unico dato certo è che l’abbazia di Santo Spirito fu la prima parrocchia della città. È una location che lascia senza fiato. Difficile non innamorarsene a prima vista.

Il visitatore viene totalmente rapito dalla bellezza di questa abbazia, particolarmente suggestiva, raffinata, ma dal carattere rustico.

La chiesa, ad unica navata, composta da geometrie semplici, arricchite da tre absidi decorate da archetti ed esaltate dall’ampio sagrato. Ancora oggi la struttura conserva evidenti tracce arabe: i muri spessi, le feritoie, la torre quadrangolare e la fessura della saracinesca che serviva a proteggere la porta ricordano che originariamente era un casale fortificato.
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Si entra nella chiesa attraverso un portale ad arco acuto sormontato da un dipinto del Cristo Pantocratore. L’interno austero, dalle pareti in pietra viva, viene smorzato dal dipinto del Cristo Benedicente nel catino absidale che sembra accogliere e abbracciare il visitatore e che ricorda i due più famosi del Duomo di Cefalù e del Duomo di Monreale.

A sinistra dell’altare maggiore vi è un piccolo altare consacrato alla Madonna delle Grazie, a destra, invece, un altro piccolo altare è dedicato a San Francesco d’Assisi.

Particolarmente bello è il Crocifisso dipinto su tavola, detto dello Staglio, conservato sopra il fonte battesimale ad immersione. Quest’ultimo risale all’epoca normanna ed è intagliato in un blocco di pietra in tufo, nel quale sono stati scolpiti palme stilizzate e archi a sesto acuto.

Si racconta che proprio all’interno di questa abbazia, i monaci erano soliti preparare un elisir di erbe con funzioni terapeutiche come rimedio per febbre, catarro e disturbi della digestione. Nel 1859, Fra Girolamo, un frate dell’abbazia, poco prima di morire, consegnò a Salvatore Averna la ricetta dell’infuso in segno di riconoscenza per le sue opere di benefattore. Così successivamente iniziò la produzione del famoso Amaro Averna, poi esportato in tutto il mondo.

Un luogo ricco di storia e cultura da visitare assolutamente.
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