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Fu Giulia a salvarlo da morte certa: quando Vincenzo Florio fu arrestato dalle SS a Roma

Il 19 Marzo 1944 Vincenzo venne incarcerato a Roma, in via Tasso, perché accusato dalle SS di Kappler di aver tentato di vendere alcuni gioielli della corona

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 12 febbraio 2024

Vincenzo Florio

La mattina del 19 marzo 1944, Vincenzo Florio si era recato a trovare il fratello Ignazio all’Hotel Savoia e poi era andato a fare approvvigionamento di generi alimentari.

Tornando a casa aveva trovato la strada sbarrata da un cordone di truppe tedesche che impedivano l’accesso: alcuni soldati uscivano dal Ministero della Guerra carichi di carte, libri, fascicoli e scritture che deponevano in un camion.

Da due anni, il geniale inventore della Targa Florio, viveva nella capitale con la moglie Lucie Henry. I coniugi Florio avevano preso in affitto un appartamento, posto al secondo piano di via XX Settembre, proprio a poca distanza dal Ministero.

I tedeschi avevano occupato militarmente Roma il 12 settembre del 1943, all’indomani dell’armistizio e della fuga del re Vittorio Emanuele III.

Erano state adottate misure durissime nei confronti della popolazione, arrestando e torturando civili e militari sospettati di antifascismo e deportando centinaia di ebrei nei campi di sterminio. I tedeschi facevano razzia di civili sui tram, sui filobus, per strada: gli uomini venivano mandati a scavare trincee o a lavorare alle ferriere; le donne venivano costrette a salire su un camion e venivano obbligate a lavare indumenti militari; a sera erano rilasciate, ricevendo poche lire e un pacchetto di sigarette.
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Quella domenica mattina di marzo, percorrendo alcune vie secondarie, Vincenzo era riuscito comunque a rientrare da Lucie. Doveva incontrarsi con alcune persone e aveva fretta dunque di tornare nel suo appartamento. Solo qualche tempo prima aveva confidato a un amico che, non avendo più liquidità - perchè da quando erano cessate le comunicazioni con la Sicilia occupata dalle truppe alleate, non aveva più potuto ricevere denaro - era stato costretto a vendere un brillante di sua moglie, per vivere.

L’amico aveva allora ammesso di possedere anch’egli due diamanti di 14 carati e aveva pregato Florio di aiutarlo a disfarsene. Tramite un altro amico Vincenzo aveva trovato un compratore e aveva organizzato l’acquisto in casa sua, proprio per quella mattina, alle 11,30. Il compratore dei gioielli arrivò puntualissimo in via XX settembre, accompagnato da alcune persone: un funzionario del Banco di Sicilia, un avvocato suo amico, un esperto gemmologo e due giovani industriali genovesi.

Vennero esaminati sommariamente i diamanti. L’esperto consegnò 1000 lire in contanti di caparra e andò via con i due giovanotti, dicendo a Vincenzo che sarebbero stati presto di ritorno, con un bilancino, per controllare il peso delle gemme. Florio confidò allora a Lucie di non vederci chiaro in quella faccenda: la vendita era stata conclusa subito, senza batter ciglio, senza un accurato esame delle pietre e senza discuterne il prezzo, che era veramente troppo alto.

I giovanotti genovesi non tardarono però a ripresentarsi e a bussare alla porta; uno di loro appena entrato in casa tirò fuori una rivoltella e la puntò contro la pancia di Vincenzo, esclamando: “Polizia tedesca: mani in alto”. Florio sbiancò in volto; poi, ripresosi dallo sbigottimento per via del tranello, si mise a urlare in tedesco che non era quello modo di agire contro un gentiluomo. Apparve Lucie, spaventata, chiedendo a tutti i presenti di calmarsi.

Il poliziotto ordinò allora a Vincenzo di seguirlo in Via Tasso, dove avrebbero chiarito ogni cosa, parlando col suo comandante. I coniugi Florio ignoravano cosa fosse “Via Tasso”, avrebbero appreso solo successivamente che si trattava di un edificio diventato sede della Gestapo e delle SS e che a capo della struttura vi era lo spietato Herbert Kappler (1907- 1978).

Via Tasso 145 «era un luogo di torture, una camera di supplizi, un sepolcro di vivi. Chi vi entrava – e vi si entrava per i motivi più diversi o per nessun motivo: per azione clandestina, per atti di sabotaggio, per sospetto politico, per una frase o per una telefonata imprudente, per una delazione o un errore, per un reato comune o per una contravvenzione annonaria, oppure semplicemente per una retata o per un capriccio – ma chi vi entrava era considerato solo un condannato a morte, virtualmente o in potenza» (V. E. Orlando).

L'edificio, costruito negli anni Trenta, era stato dapprima sede diplomatica e poi centro di cultura germanica nel 1939. Dall’occupazione tedesca della città, il comando nazista vi aveva stabilito il carcere.

Le stanze private dell’edificio erano state murate e trasformate in celle, dove erano state recluse e torturate di più di 2000 persone fra il 1943 e il 1944. Herbert Kappler, inviato a Roma nel 1939 per prestare servizio presso l'ambasciata tedesca con il compito di spiare la polizia italiana, aveva fatto rapidamente carriera, rendendosi protagonista della liberazione di Mussolini a Campo Imperatore, della razzia del ghetto ebraico e della successiva deportazione, il 16 ottobre 1943, di 1.023 ebrei romani verso i campi di sterminio.

Quel 19 marzo 1944 Kappler squadrò Vincenzo Florio da capo a piedi, con un sorriso poco rassicurante e lo accusò senza troppi preamboli di essere additato come persona incaricata di vendere i gioielli della Corona, per consegnarne il denaro a Badoglio, Vincenzo rimase sbalordito e affermò di non avere mai avuto rapporti con la Casa Reale e di non avere mai conosciuto il Re e la Regina. Comprese però, che l’ufficiale non credeva alle sue parole e che lo avrebbe trattenuto. Gli fecero consegnare orologio, lapis, occhiali, portafogli, le bretelle e lo misero in carcere.

Il più giovane dei figli di Ignazio Florio aveva ormai 60 anni, non era più un ragazzino: per quattro lunghi e interminabili giorni sarebbe rimasto in una cella buia senza finestre e senz’aria, dividendo il poco spazio con altri 8 detenuti, dormendo su un duro tavolaccio, lavandosi con un pezzetto di sapone datogli da un compagno di cella, consumando in fretta il rancio - un mestolo di minestra e un po’ di pane ("Dio sa che miscuglio c’era in quella farina sotto forma di pane") - ingannando il tempo fumando di nascosto un mozzicone di sigaretta, oppure giocando a morra cinese e a scacciacinque ("I soli giuochi che potevano farsi, perché si facevano con le dita, a meno che queste non ci fossero state tolte").

In Via Tasso i tedeschi avrebbero tenuto in cella anche Lucie Henry, senza che il marito ne fosse a conoscenza. Vincenzo fu accolto con allegria dai detenuti, nonostante le circostanze: «È arrivato Florio, ha portato il Marsala!”. Esclamò qualcuno, scherzando.

Tra i reclusi vi era il funzionario del Ministero degli Esteri, Filippo De Grenet, che aveva aderito al Fronte Militare Clandestino; il capitano Ugo De Carolis, maggiore dei carabinieri del Fronte Clandestino di Resistenza dei carabinieri; l’avvocato Carlo Zaccagnini fondatore dell’unione nazionale della democrazia italiana, entrato in clandestinità al fianco dei partigiani italiani; il meccanico socialista Leonardo Butticè, originario di Siculiana (Ag) accusato di sabotaggio. Tutti chiesero notizie della guerra; con qualcuno di loro Vincenzo scoprì di avere amici in comune.

Le chiacchiere avevano spesso un tono frivolo: “Nella nostra cella non vi erano certamente spie, però si conservava un certo ritegno nelle conversazioni, forse per quel vecchio adagio che dice: i muri non hanno orecchie e odono”.

I coniugi Florio furono rilasciati - grazie all’interessamento di Ignazio e di sua figlia Giulia – e uscirono dal carcere, prostrati nel corpo e nell’anima, intorno a mezzogiorno, il 23 marzo 1944, solo poche ore prima dell’azione partigiana di via Rasella, dove l’esplosione di una bomba dei partigiani avrebbe causato la morte di 33 soldati tedeschi dell’ 11 a compagnia del reggimento Bozen, nota per la sua ferocia.

Giulia, per mezzo dell’amica Carlotta era riuscita ad ottenere un appuntamento con il generale Kappler che aveva accettato di parlarle a villa Wolonsky, sede dell’ambasciata tedesca. Aveva cercato di chiarire l’equivoco, rispolverando il tedesco un po’ incerto appreso da ragazza.

Con ardimento aveva infine chiesto all’ufficiale se aveva idea di chi fosse suo zio Vincenzo Florio: “Mia madre chiese all’operatrice di effettuare una chiamata internazionale a Christian Werner, che nel 1924 aveva vinto su una Mercedes la Targa Florio” ricordava Costanza Afan de Rivera nel volume “L’ultima leonessa”:

«Kappler ebbe un fitto dialogo con il celebre pilota. Mise giù il telefono perplesso. Poco dopo con provvidenziale tempismo dalla Germania cominciò a giungere una pioggia di telefonate, in risposta. Christian Lautenschlager e Alfred Neubauer …raccomandavano che si portasse rispetto a Don Vincenzo. Le testimonianze in difesa si moltiplicarono a dismisura.

Chiamò Wilhelm Haspel, uno dei vertici della casa automobilistica Mercedes. Infine perorò la causa perfino Ferdinand Anton Ernst Porsche in persona, il figlio ed erede del fondatore dell’omonima causa automobilistica tedesca…I migliori costruttori, ingegneri e piloti tedeschi...caldeggiavano grande riguardo e l’immediata scarcerazione».

La coraggiosa Giulia non salvò solo gli zii Vincenzo e Lucie da morte sicura: durante i giorni terribili dei rastrellamenti aiutò numerosi ebrei a darsi alla fuga e per questo lei e il marito Achille Afan de Rivera sono stati onorati del titolo di "Giusti tra le Nazioni".

Vincenzo pubblicò il diario di quei 4 terribili giorni in via Tasso nel 1947, quasi per assolvere a un debito di profonda gratitudine e riconoscenza morale nei confronti dei suoi compagni di cella, “quei compagni di sventura coi quali avevo condiviso le sofferenze, i timori, le ansie, le speranze”, quei compagni che pagarono con la vita per liberare l’Italia dal Nazifascismo.

Morirono infatti tutti tranne Vincenzo: il 24 marzo 1943, il giorno successivo al rilascio di Florio, sette di loro, furono spediti alle Fosse Ardeatine, insieme ad altri detenuti del carcere di Regina Coeli e alcuni civili rastrellati sul luogo, dopo l’attentato di Via Rasella.

E lì, nelle antiche cave di pozzolana, vennero trucidati per rappresaglia (10 italiani fucilati per ogni tedesco del reggimento Bozen morto): 335 vittime innocenti.

Vincenzo Florio si è spento in Francia molti anni dopo, il 6 gennaio 1959: aveva 76 anni. Le Fosse Ardeatine, sono state trasformate in un sacrario-monumento nazionale, sono visitabili e sono luogo di cerimonie pubbliche in memoria. L’edificio di Via Tasso 145 dal 1955 è sede del Museo storico della liberazione.
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