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Gechi e scale, corna e cornetti: riti e credenze per sconfiggere il malocchio in Sicilia

Tutti finiamo per essere più o meno scaramantici. Ecco la prima puntata di un breve glossario di ciò che spesso chiamiamo, in modo dispregiativo, "superstizioni"

  • 23 dicembre 2020

Da che mondo e mondo propiziarsi la fortuna e allontanare il malocchio sono propositi comuni a ognuno di noi, a prescindere dalle appartenenze sociali. Nonostante certuni si manifestino superiori e distaccati, se colpiti dalle disgrazie della vita, cadono vittime degli stessi riti e degli stessi gesti scaramantici, facendo le corna o toccandosi le parti basse come tutti gli altri.

Ho allora ideato per Balarm un repertorio di credenze e pratiche scaramantiche diffuse in Italia e in Sicilia, dividendolo in tre parti. Sono ciò che spesso definiamo in modo dispregiativo “superstizioni” e di cui invece io vi svelo il senso e le origini: del resto la parola “superstizione” allude a un ‘qualcosa che va sopra, oltre’ la razionalità, rendendoci dei sopravvissuti, dei “superstiti” agli eventi nefasti che possono abbattersi su di noi.

È dallo sguardo malevolo e invidioso degli altri che arriva la iella: il malocchio è l’occhio che “getta” male, che sprigiona iettatura (il latino “eiectare” diventa iettare a Napoli e iccare a Palermo). Portano sfortuna le persone che ieccano làstimi (‘gettano lamenti’, ‘si lamentano’) di continuo, che si preoccupano esageratamente degli altri o che invidiano il nostro benessere.



La parola “invidia” risale infatti al latino “invidere”, nel senso di ‘guardare contro, male’. Vi siete mai accorti infine che la testa di Medusa, la mitica gorgone greca con la testa di serpenti e lo sguardo che pietrifica, si trova al centro della nostra trinacria ed è circondata dalle spighe di grano? Essa, come il serpente, è simbolo sia della morte e del male (l’occhio che pietrifica) che del ciclo della vita e della fecondità della terra. Non a caso numerosi amuleti contadini riportano la figura di Medusa per propiziarsi la fortuna di un buon raccolto futuro.

ANIMALI
Il gatto mantiene inalterata la sua identità selvaggia e indomabile anche se ci degna di audaci moine e ipnotiche fusa. Ha quegli occhi misteriosi e inquietanti, molto simili visivamente a quelli dei serpenti, che s’illuminano al buio se colpiti da una luce e che lo rendono quasi sovrannaturale, diabolico! Ancora oggi sentiamo dire che il gatto nero porti sfiga, specialmente se ci attraversa la strada.

La credenza nasce nel Medioevo, quando si era convinti fosse animale prediletto dalle streghe: accadeva infatti che nelle buie strade dell’epoca un gatto nero sbucasse fuori d’improvviso facendo imbizzarrire i cavalli delle carrozze, terrorizzati dai suoi occhi iridescenti.

Il barbagianni – come il gufo e la civetta – è ritenuto un uccello del malaugurio, incarnazione del Maligno o di una strega: il suo verso, si dice, riproduca le urla di una strega e sia presagio di morte e disgrazia. Pitrè riporta uno scunciuru scaramantico proprio contro il barbagianni: Supra ‘i tia! [cada il malaugurio] / Cà supra ‘i mia cci pensa Maria / Nt’ ‘a mè casa ‘n tammureddu [‘un tamburello’ festoso]. / ‘Nt’ ‘a tò casa ‘na botta’i cateddu [possa coglierti ‘un colpo di coltello’]! / Ogni aceddu havi ‘u so cantu: / Patri, Figghiu e Spiritu Santu! Il corvo è un’anima dannata, lo spirito di un impiccato o di un prete da estrema unzione, che annunciano sventura.

Anche il pipistrello, creatura notturna in area greco-balcanica associato al vampiro, qui da noi è un’anima maledetta o addirittura il diavolo incarnato. Mosche, moscerini, lucciole e calabroni sono le anime che escono dalla bocca dei cadaveri, come la farfalla, e in particolare il suo equivalente notturno, la falena, sono l’anima del defunto che si libra leggera nell’aria e per casa: in greco “psychè” significa non a caso sia ‘anima’ che ‘farfalla’.

I gechi non vanno mai uccisi perché sono le anime dei familiari defunti tornate a rivedere i propri cari, mentre i rospi sono altrettanti defunti che, se disturbati o calpestati, scatenano incubi e malanni sui malcapitati e sui loro cari. Se infine il gallo – animale prediletto per le fatture insieme al gatto nero o al coniglio – canta prima della mezzanotte, annuncia temporali, malu tempu. In Val di Noto si dice che imitare il suo verso alle prime luci del mattino aiuti a trovare un tesoro nascosto!

A CASA
A parte i rituali e le preghiere per ingraziarsi i Patruneddi, non si entra mai in casa col piede sinistro, perché è il piede del diavolo, quello cattivo, sbagliato e di malaugurio. Il mancino, per la sua eccezionalità, è sempre stato associato a forze infere e diaboliche. Impugnare il cucchiaio con la mano sinistra o scendere al mattino dalla parte sinistra del letto porta analogamente sfortuna, con l’aggravante di dedicare l’intera giornata al demonio!

Quando diciamo di “alzarci” o “partire col piede giusto” alludiamo invece al piede destro, quello “corretto”, un rassicurante auspicio al bene.

CORNA E CORNETTI
Se ci imbattiamo in un carro funebre vuoto o in una persona ritenuta iettatrice, siamo soliti fare le corna in basso con la mano. Vi siete mai chiesti perché? I nostri vecchi contadini appendevano dietro la porta di casa e delle proprie stalle le corna del proprio bestiame, tingendole spesso di rosso – colore del sangue e simbolo dunque di vita e vitalità – per allontanare la cattiva sorte. Le corna sono infatti appuntite, evocando protezione e difesa, e richiamano nella loro forma il pene maschile,

indiscutibile auspicio di fertilità e abbondanza. Nell’Italia meridionale – più a Napoli – sono molto diffusi amuleti portafortuna rossi a forma di cornetti e di mani che fanno le corna, un tempo in corallo, legno e metalli (più o meno preziosi), oggi in plastica: pensate che amuleti simili sono stati scoperti dagli archeologi nelle antichissime tombe etrusche!

Molto diffuso al Sud è anche l’uso di addobbare case e botteghe con rigogliose cornucopie di frutta, fiori, foglie e spighe, per augurarsi prosperità economica e benessere.

Per il tradimento associato alle corna, al “fare le corna”, dobbiamo risalire invece al mito greco del Minotauro: il celebre mostro con il volto di toro e il corpo di uomo, sarebbe nato dal tradimento di Pasifae, moglie del re di Creta Minosse, con un bel toro inviato dal dio dei mari Poseidone che voleva punire Minosse, colpevole di non averglielo sacrificato come promesso. I sudditi cretesi prendevano in giro il re con il gesto delle corna per ricordargli la vergognosa infedeltà subita.

I mariti “cornuti” sono infine considerati nel mondo contadino di buon auspicio: verrebbero così definiti per le loro mogli adultere paragonate alle capre, che in natura si accoppiano continuamente con capri diversi.

MAI SOTTO UNA SCALA
Quante volte allunghiamo il nostro percorso pur di non passare sotto una scala? La scala è allegoria di crescita, conduce in alto, è uno dei simboli di arricchimento alchemico. Ma passare sotto di essa porta sfortuna. Le ragioni pare siano connesse all’idea del sacro triangolo che si romperebbe al nostro passaggio.

Una scala appoggiata al muro ricrea un triangolo inviolabile, per cui passarvi sotto significa per gli antichi Egizi inimicarsi gli dèi e per i Cristiani spezzare la Santa Trinità. Questa pratica scaramantica potrebbe pure risalire all’epoca medievale, quando, durante l’assedio di un castello, la posizione peggiore pare fosse quella sotto le scale per l’assalto, dal momento che si rischiava di essere travolti dalla colata di olio bollente gettata dall’alto per difesa.

MERDA A TEATRO!
Due curiosità sul teatro ancora oggi vivissime e praticate un po’ dovunque. Fra attori e cantanti si usa gridare tre volte “merda” prima di ogni spettacolo. Ci si augura così un pubblico numeroso che veniva un tempo misurato dalla quantità di sterco lasciata dai cavalli delle carrozze giunte in teatro.

Si racconta inoltre che nel Cinquecento un attore che interpretava la famosa maschera di Arlecchino fece finta di defecare davanti alla corte borbonica di Francia, lanciando poi sul pubblico quelle feci che erano in realtà il tipico dolce castagnaccio: il re Enrico IV si sarebbe divertito talmente tanto da ricoprirlo d’oro.

Porta invece iella il viola a teatro! Non ci si veste mai di viola per uno spettacolo: il colore rievocherebbe i paramenti della Quaresima, lungo periodo in cui, a partire dal Medioevo, era vietato esibirsi ai teatranti che, quindi, non potevano guadagnare e sostentarsi.

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