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Harry sradica la Posidonia che arriva sulle coste siciliane: come trasformarla in risorsa

Dopo il ciclone buona parte di questi ammassi è rimasta a galleggiare nel Canale di Sicilia per settimane, prima di raggiungere la Sicilia. Che succede nell'Isola

Aurelio Sanguinetti
Esperto di scienze naturali
  • 25 aprile 2026

Posidonia

Le coste siciliane stanno vivendo una fase delicata, resa evidente dalla conta dei danni provocati dal ciclone Harry che ha colpito la Sicilia il gennaio scorso e dai recenti spiaggiamenti di grandi quantità di Posidonia oceanica, accumulatasi lungo vari litorali della nostra isola.

Le praterie di Posidonia, tra gli ecosistemi più preziosi del Mediterraneo, settimane fa sono state infatti letteralmente sradicate dai sedimenti marini in varie regioni del bacino, lasciando scoperti ampi tratti di fondale che ora risultano molto più vulnerabili all’azione erosiva delle correnti.

Le mareggiate successive ad Harry di febbraio e marzo hanno aggravato questa situazione già compromessa. Senza la funzione di ancoraggio e protezione esercitata dalla posidonia, i sedimenti marini sono stati infatti facilmente dispersi, contribuendo a un arretramento progressivo delle spiagge in alcuni tratti della costa come quella ionica e quella palermitana.

Questo fenomeno è particolarmente evidente nei tratti costieri già fragili della provincia di Agrigento, dove la perdita di pochi metri di arenile può tradursi in un danno irreversibile per gli ecosistemi dunali e per le attività umane estive che da essi dipendono.

Ciò che oggi appare come un fenomeno improvviso e invasivo è in realtà il risultato di un lungo processo distruttivo che ha colpito i fondali marini per molto tempo.I biologi marini sottolineavano infatti questa possibilità da decenni, ovvero da quando la comunità scientifica ha cominciato a riflettere sugli effetti negativi indiretti del cambiamento climatico alle nostre latitudini.

A peggiorare la situazione, la scomparsa delle praterie di Posidonia comporta anche una riduzione drastica della biodiversità. La posidonia non è infatti solo una pianta, ma una vera e propria infrastruttura ecologica: offre rifugio, nutrimento e aree di riproduzione per numerose specie marine.

La sua distruzione significa quindi impoverire l’intera rete biologica costiera, con effetti a cascata che possono riflettersi anche sulla pesca e sull’equilibrio complessivo dell’ambiente marino.

Sulla spiaggia di Maddalusa, ad Agrigento, il fenomeno è particolarmente evidente. Qui si sono formati accumuli imponenti di alghe putrescenti, con ammassi che in alcuni tratti superano persino il metro di altezza e i 5 metri di larghezza. Buona parte di questi ammassi ha una origine recente, ma parte dei filamenti putrescenti è rimasta a galleggiare nel Canale di Sicilia per settimane, prima di raggiungere la terraferma. A uno sguardo superficiale, questi depositi possono sembrare un problema di decoro o di fruibilità turistica, ma per chi ha a cuore la salute delle coste esse rappresentano un sintomo della febbre di cui soffre il Mediterraneo e un elemento prezioso da gestire con attenzione.

Organizzazioni come Mareamico – che ha di recente diffuso sui propri social alcuni video ripresi direttamente a Maddalusa - richiamano tra l’altro da tempo la cittadinanza affinché non cada in questo equivoco diffuso: considerare la posidonia spiaggiata come un rifiuto da rimuovere assolutamente è sbagliato. La sua classificazione come “rifiuto speciale” ha spesso infatti portato a interventi costosi e ambientalmente discutibili, con il trasferimento in discarica di tonnellate di materiale organico che poteva essere utilizzato in altro modo.

Una scelta che non solo comporta spese elevate per le amministrazioni, ma sottrae alla spiaggia due componenti essenziali. Il primo componente è l’ecosistema in sé. Dentro gli accumuli di alga nascono e vivono numerosi organismi, fondamentali per la salute della spiaggia. Fra i filamenti di alga, inoltre, si nasconde la sabbia intrappolata tra le fibre della posidonia.

Sabbia che tramite la rimozione meccanica viene genericamente dispersa lontano dal mare, aggravando i processi erosivi già in atto della costa. In realtà, questi accumuli naturali — le cosiddette banquette — svolgono una funzione ecologica cruciale per la nostra isola. Agiscono come barriere fisiche naturali, capaci di attenuare la forza delle onde, la cui presenza garantisce la protezione del litorale dall’erosione e la formazione- consolidamento delle dune costiere.

È proprio in questa direzione che si inseriscono le proposte avanzate negli anni passati da Mareamico e da diverse altre associazioni ambientaliste, che con il supporto di esperti del settore ambientale hanno sempre sposato l’idea di riposizionare la posidonia alla base delle dune già compromesse, così da tutelarne la struttura e l’evoluzione.

Un intervento di questo tipo permetterebbe di trasformare un’apparente emergenza turistica in una risorsa per la resilienza costiera, non considerando poi l’eventuale utilizzo industriale della Posidonia spiaggiata, ancora poco presente nel nostro territorio.
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