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I capolavori dell'"orbu di Ragalmuto" custoditi in mezza Sicilia: a Palermo uno dei più grandi

La Galleria di Palazzo Abatellis conserva il maggior numero di sue opere, tuttavia la chiesa di San Domenico custodisce da oltre quattro secoli uno dei capolavori del Monocolo

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista, storico dell'arte
  • 18 marzo 2021

Chiesa di San Domenico a Palermo (foto ReportageOnWay)

"Monoculus racalmutensis" così firmava spesso i suoi quadri Pietro D'Asaro, pittore che al pari di Vincenzo La Barbera, Gaspare Bazzano, Giuseppe Salerno e Pietro Novelli si trovò in piena temperie controriformista, contribuendo a scrivere pagine suggestive tra Maniera e Barocco nell'isola che, nell'accogliere Caravaggio in fuga ne accolse e metabolizzò toni cromatici e la lezione della luce.

Era cieco da un occhio ma tale condizione non dovette poi limitarlo visti i risultati delle tante opere a noi giunte. Dobbiamo a padre Fedele da San Biagio le notizie intorno alla sua formazione e studio tra Roma e Genova, sponsorizzati dai conti di Racalmuto Del Carretto imparentati con i Branciforti.

Quando la sorella Caterina sposò Antonio Bazzano figlio del noto pittore, è possibile ipotizzare che un notevole avvicinamento anche al capoluogo siciliano, abbia contribuito ad una collaborazione se non addirittura ad una sorta di apprendistato così come ha già ipotizzato da tempo Teresa Pugliatti.



È così che "L'orbu di Ragalmuto" che nei suoi viaggi formativi poté vedere e studiare la caravaggesca Canestra di frutta, divenne uno di quei prolifici pittori siciliani di fatto chiamati alla costruzione di quell'alleanza tra la Chiesa Cristiana e la storia dell'arte, funzionale ad allontanare limitandone gli effetti delle istanze luterane.

È corretto ricordare quanto la produzione dasariana sia varia e soprattutto altalenante nella sua resa pittorica tanto da spingere autori come Pugliatti a parlare talvolta di "pittura brutta". Una produzione notevole, disseminata in mezza Isola tra la sua città natale e Termini Imerese, Cammarata, Canicattì, Mussomeli, Trapani e Palermo.

Se la Galleria di Palazzo Abatellis conserva il maggior numero di sue opere tra la collezione permanentemente esposta e i depositi, La natività coi santi Chiara, Francesco e Giovanni Battista, la caravaggesca Ultima cena, la suggestiva Visitazione di Maria a Elisabetta, il probabile bozzetto de La lapidazione di Santo Stefano, la "brutta" Maddalena, L’orfeo, l’attribuibile Adorazione dei Magi, tutte opere di straordinaria ed eclettica abilità compositiva e narrativa, è tuttavia la chiesa di San Domenico a custodire oggi e da oltre quattro secoli uno dei capolavori del Monocolo pienamente rispondente alle prescrizioni controriformiste.

Quel San Carlo Borromeo in adorazione, icona essa stessa del rinnovato sentire neopauperista di cui il santo milanese rappresentò il cardine della missione catechetica manierista e barocca. Opera del 1612, 262 x 200 cm, vede D'Asaro impostare la pala originariamente prevista per la cappella dedicata al santo, su due registri in cui, quello sottostante vede il santo in preghiera a mani giunte davanti l'altare su cui poggiano candelabri e crocifisso, il tutto cinto dalle due paraste laterali con le relative otto storiette, mentre il registro superiore diventa appannaggio della cantoria di angeli musici ad ali spiegate tipiche del suo repertorio stilistico.

Se nella composizione è ancora il santo a governarne la scena, il protagonista apparentemente marginale delle "stroriette" è il paesaggio, mutuato sicuramente dalla lezione bazzaniana e qui piegato dal nostro Monocolo a contribuire nella narrazione delle gesta del santo.

Proprio per le sue caratteristiche iconografiche e iconologiche, per il suo messaggio catechetico, nonché per la forza comunicativa e per la relativa resa pittorica, stante la specificità delle opere già custodite dentro la Chiesa e nei locali attigui tra cui impera la Madonna del Rosario di Van Dyck, è auspicabile che l'opera possa presto essere valorizzata affinché turisti, curiosi e cittadini devoti possano tornare a goderne nuovamente della visione diretta.
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