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I "diavoli della Zisa" e un incantesimo (senza fine): il tesoro di Palermo è in buone mani

Custodi tenaci di queste ricchezze sarebbero proprio i diavoli, che, per effetto di una magia, pure se irrigiditi nella loro postura, confondono chiunque tenti di contarli

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 21 marzo 2021

I diavoli della Zisa (Palermo)

Magnificente e sontuoso, il Castello della Zisa era posto fuori le mura di Palermo, all’interno del parco reale normanno, il Genoardo (dall’arabo Jannat al-arḍ ovvero “giardino” o “paradiso della terra”), che si allungava con imponenti padiglioni, giardini ubertosi di palme e limoni, e bacini d’acqua da Altofonte fino alle mura del palazzo reale.

A spiegarne il nome è Michele Amari, che, nella sua Storia dei Musulmani in Sicilia, così scriveva: “Guglielmo … rivaleggiando col padre … si mosse a fabbricare tal palagio che fosse più splendido e sontuoso di que’ lasciatigli da Ruggiero.

Il nuovo edifizio fu murato in brevissimo tempo con grande spesa e postogli il nome di al-‘Azîz, che in bocche italiane diventò «la Zisa» e così diciamo fin oggi.”

Iniziato da Guglielmo I - detto il Malo - e ultimato da Guglielmo II - detto il Buono - intorno al 1167, il Castello della Zisa – che fu amata residenza estiva del re e della sua corte – subì nel corso dei secoli numerose trasformazioni, la più rilevante è certamente quella del 1635, con gli apporti di stile barocco ad opera di Giovanni Sandoval.



Sede di un Museo d’Arte Islamica, con reperti provenienti da tutta l’area del Mediterraneo, il palazzo presenta motivi d’interesse notevoli e curiosi: un sistema di ventilazione che consentiva il refrigerio estivo, attraverso i fori presenti sul pavimento di ogni piano (e in questo senso è uno dei modelli più preziosi e interessanti di architettura bioclimatica).

Il pavimento della sala, attraversato da una canaletta che forma due vasche ottagonali, in cui scorreva l’acqua di una fontana posta sulla parete di fondo; e, soprattutto, sull’arco d’ingresso della facciata principale, un affresco barocco noto come “i diavoli della Zisa” che presenta – con uno svolgimento a spirale – una serie di figure con dimensioni diverse o poco definite che per tradizione si ritiene impossibile contare.

E in proposito, Giuseppe Pitrè ha scritto: «La difficoltà di contare esattamente i diavoli della Zisa è data dal fatto che alcune delle figure sono molto piccole e altre non intere, così c’è chi li conta e chi no».

Un autentico mistero che non lascia scampo, al punto che ne è sorto un vero e proprio mito popolare che racconta di un immenso tesoro custodito nel palazzo, protetto da un potente incantesimo.

Custodi tenaci di queste ricchezze sarebbero proprio i diavoli, che, per effetto di questa magia, pure se irrigiditi nella loro postura secolare, confondono chiunque tendi di decrittarne l’enigma della conta.

L’idea del tesoro nasce da un’antica leggenda, che come tutte le grandi storie di fondazione del mondo richiama un amore sfortunato e le sciagure che esso causa all’uomo.

È il racconto di due giovani innamorati, giunti a Palermo per vivere i propri sentimenti: El-Aziz, figlia dell’Emiro, e il giovane amante Azel Comel, figlio del Sultano, pare fuggirono dalla Libia alla volta della Sicilia per dare una cornice di libertà al loro amore, contrastato violentemente dal padre di lui.

Prima della fuga, però, i due giovani sottrassero al Sultano un’immensa ricchezza, e con essa giunsero a Palermo ordinando l’edificazione del Castello della Zisa che li avrebbe ospitati negli agi e nella quiete. Una bella favola, dacché a volere il palazzo fu Guglielmo I, senza un lieto fine.

Un giorno, infatti, El-Aziz ebbe la notizia – recata da un uccello in volo - della morte dell’amata madre, suicida a causa del dolore per la fuga precipitosa della figlia, e lei – per il senso di colpa e per una disperazione senza pace – ne seguì la sorte, scegliendo di togliersi la vita.

Reso folle dal suicidio della donna amata, Azel Comel si consumò in un dolore atroce e finì per gettarsi in mare, dando prima un sicuro riparo alle sue ricchezze, a tutto quel che avrebbe dovuto renderlo felice, tra le mura del Castello della Zisa, sotto la protezione di un sortilegio.

Ecco che appaiono i diavoli dell’affresco sulla volta della Sala della Fontana, che, benché nei fatti non siano altro che simboli delle antiche divinità latine, diventano custodi del tesoro contro il saccheggio dei Cristiani e di quanti, nei secoli, avrebbero tentato di derubare il tesoro del figlio del Sultano.

Con alcuni stratagemmi, i diavoli avrebbero indotto i nemici a rinunziare ai loro propositi, rendendo impossibile il furto, e ancora di più nel tentativo di dissuasione, in un particolare giorno dell’anno, il 25 marzo, i diavoli avrebbero cominciato a muoversi sull’affresco come una masnada di briganti che tirano la coda e fanno smorfie e linguacce, come in una tela di Bruegel il Vecchio.

Insomma, per il loro continuo mescolamento, non sarà mai esatta la conta di queste strane figure, sconfiggendo i maldisposti. “E chi su, li diavoli di la Zisa?” (“E cosa sono, i diavoli della Zisa?”), si usa ancora oggi dire quando qualcosa non quadra e non tornano i conti.

Secondo un’altra leggenda che li riguarda, invece, le giornate di forte vento sarebbero proprio causate dai diavoli fuggiti per le strade di Palermo, recando con sé la frescura ariosa della Sala della Fontana, intorno a uno dei quartieri più antichi e popolari della città, fatto ancora di cose oscure e di giorni chiari.
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